Come ho capito di essere plusdotata

Cercate ardentemente di scoprire a che cosa siete chiamati a fare, e poi mettetevi a farlo appassionatamente. Siate comunque sempre il meglio di qualsiasi cosa siate.
Martin Luther King

Che bello tornare a scrivere e parlare di plusdotazione finalmente!

Mi sembra una vita che non scrivo (un po’ è anche vero in effetti).

Da poco questo blog ha compiuto due anni. Due anni nei quali mi sono divertita a sfogarmi e a parlare di curiosità e informazioni rispetto alla plusdotazione.

Ma anche se avevo dato una prima spiegazione a come sono arrivata alla valutazione di plusdotazione, mi sono accorta di non aver mai davvero parlato del test che ho sostenuto, del percorso con la psicoterapeuta e un paio di altri specialisti, dei risultati avuti, eccetera.

Per questo motivo ho deciso di raccontare non solo il test in sé ma proprio tutto il tragitto che ho fatto, dalla primissima volta che il dubbio di essere plusdotata si è infilato nel mio cervello a quando, alla fine, ho raggiunto una risposta.

Mi sento diversa: sono autistica o plusdotata?

Quando ho iniziato a razionalizzare il fatto di essere diversa dagli altri avevo ventisei anni (quasi ventisette).

Come ho detto in altri articoli e post, ci sono stati momenti nella mia vita in cui mi ero resa conto di non sentirmi “come tutti”. Erano piccoli istanti, che arrivavano e passavano: il modo in cui i miei amici ragionavano dell’amore, che io concepivo in modo diverso; il modo in cui studiavo e ricordavo le cose; la logica con la quale risolvevo problemi scolastici e lavorativi e la velocità di apprendimento dei concetti; ma anche un udito molto sviluppato, il senso del gusto molto sensibile, l’ipersensibilità alle texture dei tessuti, la tendenza ad avere più bisogno di recuperare rispetto agli altri dopo situazioni sociali.

 

Insomma, In quel quarto di secolo più uno avevo avuto avvisaglie del fatto che non ero “come tutti”, ma non mi ero mai soffermata sulla questione.

Questo anche quando, intorno ai vent’anni, avevo sostenuto dei test per il qi in autonomia ed erano venuti con risultati maggiori di 130: nel mio cervello di persona con pochissima autostima, avevo avuto fortuna.

E comunque, sapendo poco e niente di plusdotazione, in parte mi dicevo che poteva anche essere vero ma questo non aveva impatto sulla mia vita. Non avendo minimamente cognizione e conoscenza del concetto di neurodiversità, un alto qi dal mio punto di vista era, come per molti, solo qualcosa che ti aiuta al massimo a scuola (e io, negli ultimi due anni di superiori, sono stata passata giusto per grazia divina).

 

Fast forward al primo lockdown: in quel periodo lavoravo in smart working nella prima azienda grossa dopo la laurea. Il lavoro era bello, ma la lontananza (e probabilmente anche la tensione causata dal covid) dai colleghi era insostenibile. Non tanto per una questione sociale (poter lavorare da casa per me era sinceramente divertente) quanto perché quella lontananza portò alla luce un mio grosso limite comunicativo con i colleghi.

Non entrerò nel dettaglio degli episodi accaduti ma capitarono diverse situazioni nelle quali io lavoravo troppo veloce, quindi non andava bene, o troppo piano, quindi non andava bene comunque. Oppure venivo ripresa per situazioni che non c’entravano niente con me ma che non riuscivo a concepire: perché se Tizio ha fatto questo errore vengo sgridata io?

 

Il che è comune a molti, neurodivergenti e neurotipici, ma in quel momento, in quel contesto, in quella mia fase evolutiva, per me era una situazione insostenibile che mi creava non solo sofferenza ma proprio profonda frustrazione. Mi sentivo lontana dai miei colleghi e non li capivo e non capirli, non capire i loro atteggiamenti, mi faceva venire da piangere ogni sera. Mi sentivo piccola, stupida e inutile.

 

Sfogandomi con quello che ad oggi è mio marito (il nostro affezionatissimo Ugo), con cui all’epoca già convivevo, lui buttò lì un commento sull’autismo. Mi fece notare come talvolta io mi ritrovassi a faticare a capire testi e sottotesti quando mi rapportavo agli altri, come alcune delle mie fissazioni e dei miei comportamenti gli ricordavano quelli di una sua amica autistica.

Inoltre mi ricordò come il mio qi fosse comunque molto alto: questo creava per forza un problema, che io lo volessi o meno.

Non sapevo molto di autismo all’epoca, quindi googlai.

Finii in un buco nero di informazioni e spiegazioni sull’autismo, sulle donne e sugli adulti. Trovai molte testimonianze di donne adulte che solo da adulte si erano riscoperte, che parlavano del loro percorso di realizzazione e mi ritrovai moltissimo nelle loro parole.

Nella loro frustrazione, nei loro modi di essere e fare.

Imparai cosa fossero il masking, il copout e il burnout.

Quel tarlo si insinuò nel mio cervello e non mi lasciava mai, né di giorno né di notte, per cui la prima cosa che feci appena usciti dal lockdown fu cercare uno specialista nella mia zona che potesse aiutarmi (Firenze o dintorni).

A quel punto ero convinta di essere autistica, quindi mi presentai alla terapeuta alla prima seduta spiegandole come mai ero sicura di esserlo e chiedendo come fare per capirlo davvero.

Fu lei, dopo un paio di sedute, a dirmi che i miei atteggiamenti non sembravano autistici, ma che per molti versi avrei potuto essere plusdotata.

Il percorso per scoprire la plusdotazione.

A questo punto la mia terapeuta mi fece una proposta: in quell’istante io ero fragile e qualsiasi valutazione effettiva rischiava di peggiorare la mia situazione, invece che aiutarla, e per questo motivo mi propose di fare un primo ciclo di terapia in cui cercavamo di rimettere un po’ insieme i pezzi.

 

Questo percorso è stato doloroso.

 

All’inizio c’è stata un sacco di confusione: informazioni sulla plusdotazione non ce ne sono molte, è difficile capirci davvero qualcosa, non avevo ancora questo blog ed ero spaesata.

Successivamente, con l’andare della terapia e la mia presa di coscienza sul masking che avevo fatto negli anni e su quanto avevo cercato di annichilire il mio cervello, è subentrata la rabbia.

Ero arrabbiata per tutto e verso tutti: non volevo essere plusdotata, non l’avevo chiesto e in quel momento era solo un peso, un’ulteriore cosa che mi allontanava dagli altri e mi impediva di essere felice. Non capivo come mai nessuno si fosse reso conto di alcuni miei comportamenti legati alla plusdotazione, come mai né genitori né professori avessero avuto dubbi su di me. Non capivo, poi, come mai non si parli di plusdotazione: ci sono pochi studi, molto confusi, talmente tanto confusi che non esiste neanche una definizione univoca di cosa sia la plusdotazione.

 

Ho passato parecchio tempo a cercare di farmi passare la rabbia e la tristezza, la frustrazione perché contemporaneamente non volevo essere plusdotata ma se non lo fossi poi risultata allora avrei perso anche quel poco che avevo finalmente conosciuto per me stessa.

In questo senso devo ringraziare come la mia situazione è stata trattata: solo dopo molta terapia finalmente ero in grado di gestire il risultato di una valutazione ufficiale, e ci sono voluti mesi prima che la mia terapeuta decidesse che era arrivato il momento di farmi fare il test.

 

WAIS IV, MMPI-2 e MSCEIT.

Io ho deciso di fare tre test: il WAIS IV, ovvero Wechsler Adult Intelligence Scale – Fourth Edition (dà una valutazione
complessiva delle capacità cognitive e mi fa molto ridere che sia valido per le persone tra i 16 anni e i 69 e 11 mesi. Molto specifico, a 69 anni, 11 mesi e 1 giorno non vale più); il MMPI-2, ovvero il Minnesota Multiphasic Personality Inventory-2, che serve per capire se ci sono disturbi della personalità (depressione, ansia, paranoia, eccetera. Credo si rifaccia ai problemi che si trovano nel DSM) e infine il MSCEIT, ovvero il Mayer-Salovey-Caruso Emotional Intelligence Test che serve per definire il quoziente emotivo della persona.

Il tutto è durato otto ore circa, non consecutive (il MMPI-2 l’ho fatto in un momento differente rispetto a WAIS e MSCEIT), a cui sono stati affiancati tre incontri con la specialista che mi ha sottoposto il test (non era direttamente la mia terapeuta ma ci siamo appoggiate ad AISTAP, di cui ho parlato in altri articoli).

 

Quando sono arrivata in fondo ero devastata.

Devastata intellettivamente, emotivamente, ma anche dall’ansia e dalla tensione. Avevo lavorato sulla gestione dell’ansia, ma non vuol dire che l’avevo del tutto risolta.

Sono tornata a casa e sono stata tipo due ore sul divano raggomitolata a pensare a tutti gli errori che avevo fatto o avrei potuto aver fatto.

 

Vi chiederete “Ma a che ti servivano tre test?”.

 

Il punto è che io non avevo ben chiaro quale fosse il mio grado emotivo ed empatico rispetto al mondo. Sono sempre stata iper razionale e questo ha falsato il mio modo di gestire le relazioni con chi mi sta intorno.

In una piccola parte del mio cervello avevo ancora il dubbio di poter rientrare nello spettro autistico e volevo togliermi questo dubbio.

Quindi la risposta effettiva probabilmente è “Visto che stavo indagando su me stessa, tanto valeva indagare fino in fondo alla questione”.

 

Il risultato.

Dopo un po’ troppo tempo per i miei gusti di ansiosa, è arrivato alla fine il risultato.

Ho decodificato le schede (un sacco di pagine con un sacco di numeri e grafici) insieme sia alla specialista che mi ha sottoposto il test che alla mia terapeuta, che ormai mi conosceva e poteva dare a quei numeri non solo un significato “pro forma” ma anche un contesto rispetto al mio esperito.

 

E il risultato era… non 130.

 

Immaginatevi la mia faccia in quel momento.

 

Il risultato “numerico” del mio qi era “solo” 128. In un contesto normale, quindi, non sarei stata considerata plusdotata.

 

Ma.

 

MA.

 

Non smetterò mai di ripetere quanto io sia stata fortunata a trovare la terapeuta giusta, che mi ha voluta conoscere e non ridurmi a un numero e basta.

Molti di voi, in questi due anni, mi hanno chiesto “Pensi che il qi possa davvero definire una persona?” e la risposta è no, perché quello da solo, senza un contesto, è solo un numero, più o meno alto.

 

Tu non sei quel numero, non sei il tuo qi: sei quel che senti, che vivi, come ti muovi, come percepisci il mondo.

 

Il qi è il dato che banalmente ad oggi si riesce a valutare, ma non è l’unica considerazione da inserire in una valutazione.

Io, a metà del test, ero devastata dall’ansia e dallo stress. Anche se ci avevo lavorato non sono riuscita ad impedirmi di essere preda dell’ansia, vuoi che fosse perché ero molto consapevole di cosa volesse dire il risultato per me vuoi che fosse perché ogni prova era a tempo con un cronometro che mi angosciava l’esistenza, vuoi perché vedere questa persona di fronte a me che scriveva ogni singolo movimento che facevo mi faceva pensare solo “cosa sta facendo, cosa sta scrivendo, cosa sta pensando?”.

 

Quindi perché tengo questo blog, parlo di plusdotazione e “dico” di essere plusdotata?

 

Perché la valutazione ufficiale della mia terapeuta era comunque quella di plusdotazione.

 

Due punti di qi “persi” per arrivare al 130 che viene considerato necessario per essere plusdotati non definiscono se sei plusdotato: è anche tutto il resto a definirlo.

Se tu sei dislessico e io ti sottopongo il WAIS, devo considerare che il test delle parole sarà falsato; se sei daltonico e ti chiedo di riconoscermi le figure colorate, e poi non considero che sei daltonico, è inutile perfino che ti faccia fare il test.

Non siamo un numero.

Non siamo il quoziente intellettivo.

Siamo un insieme di cose complesse e sta al terapeuta capire questo, capire la complessità dell’esperito della persona, SOPRATTUTTO nell’adulto, che oltre ad avere la plusdotazione ha anche una storia di esperienze più o meno traumatiche alle spalle da dover processare, e valutare quindi, tramite un percorso insieme, se la plusdotazione c’è o meno.

Soprattutto con un risultato di questo genere.

All’epoca fu valutato che io avessi perso tra i 5 e i 10 punti a causa dell’ansia, basandosi ovviamente anche su altre variabili che non posso spiegare in questa sede (ma passatemele), per cui fu ufficializzata la mia condizione di plusdotata e io, finalmente, avevo trovato una risposta alle mie domande.

 

Sono plusdotata: e ora?

Dopo aver ufficializzato la valutazione, ho vissuto almeno dieci giorni in confusione totale.

Ero contenta, ma no, ma sì, ma no.

Ho continuato ad andare in terapia perché era l’unica cosa saggia da fare: fino a lì avevamo avuto il dubbio che fossi plus ma non la certezza.

Ora dovevo conviverci davvero.

Ma il modo in cui poi la mia vita è cambiata è un discorso lungo, e già questo articolo è andato più che lungo.

Che dire, sono una tipa prolissa.

Facciamo che ci rivediamo al prossimo giro per raccontarvi le cose belle di essere finalmente plusdotata.

risultato-qi-plusdotazione
Una foto di me nell'istante in cui leggevamo i risultati del WAIS