Il burnout nei plusdotati

Alcune persone sono così abituate a vivere lo stress che non ricordano come era la vita senza di esso.
Andrew Bernstein

Ok vi racconto una storia.
Per una serie di questioni personali, in questo periodo sono in burnout. Ho pensato “Chissà se la mia plusdotazione tende a sovraespormi a situazioni di burnout?”, quindi mi sono messa a cercare su Google qualcosa che confutasse o confermasse questa cosa.

 

«…Alice had not a moment to think about stopping herself before she found herself falling down a very deep well…»

 

Ok quindi, ho scoperchiato un pozzo di informazioni che francamente non mi aspettavo, inciampando nel concetto di copout, nella sindrome da success depression e nell’autosabotamento da parte dei plusdotati, che a quanto pare non sono in grado di starsene buoni a godersi cinque minuti della vita senza cercare di deprimersi da soli.
È proprio bello essere plusdotati.

 

Insomma, avevo iniziato a scrivere un articolo riguardo a burnout e plusdotazione e mi sono ritrovata a scavare nei meandri della psicanalisi e del counseling, in articoli scritti trent’anni fa (non ho trovato altre evidenze più recenti) in cui vengono prese in considerazioni le varie fasi che un plusdoltato può affrontare rispetto alla società, fin da quando è a scuola: sensazioni di sovraccarico, sensazioni di apatia, depressione, tristezza, rabbia, bassa autostima.
Potevo esimermi dall’approfondire e quindi farci un articolo in proposito?


Ovviamente no.


Il problema, purtroppo, è che questo argomento è realmente lunghissimo. Solo per quanto riguarda il materiale che ho sbobinato parliamo di quindici pagine di roba che vorrei analizzare quasi riga per riga, da quanto è accurata e descrittiva. Per questo motivo, questo è il primo di una serie di articoli (non so ancora se saranno due oppure tre) in cui analizzeremo burnout, copout e le differenze tra di loro. Buona lettura.

Che cos’è il burnout?

Il burnout è una condizione di disagio psicofisico che può affliggere chiunque, in ambito lavorativo, abbia relazioni interpersonali (Wikipedia).
Per parafrasare un po’, si parla di burnout quando il lavoro che stiamo facendo ci pone in una situazione di stress, stanchezza, disagio verso il lavoro stesso e verso i colleghi e che può arrivare a portarci fino alla depressione.
Inizialmente è stato studiato solo su persone che svolgono lavori rivolti all’aiuto dell’altro (medici, infermieri, psicologi), ma poi si è visto che questo tipo di problema può affliggere chiunque indistintamente.


Il burnout può evolversi in molte direzioni, passando anche da manifestazioni di malattia fisica, spaziando da apatia a depressione. Comunque vada, la sofferenza dell’individuo in burnout affligge un po’ tutti gli ambiti della sua vita, dato che ovviamente questo stress lo riporta anche in situazioni domestiche.

Ma com’è che il burnout è collegato alla plusdotazione?

Cercando online ho trovato alcuni articoli sulla correlazione tra burnout e plusdotazione. Ovviamente in inglese. Mai una gioia.


Aiutata anche da alcuni di voi (non so se posso nominarvi, ma vi ringrazio dal più profondo del mio cuore per il sostegno), ho potuto approfondire alcuni studi fatti negli anni Novanta su alcuni studenti plusdotati.
Ah sì, mi sono dimenticata di specificare che ovviamente tutto questo è stato studiato sui bambini e sugli adolescenti, e non sugli adulti. Accontentiamoci, ma comunque rimane una punta di asprezza nella consapevolezza che il soggetto adulto viene nuovamente lasciato a se stesso.


Tornando a noi, si è notato come il soggetto plusdotato abbia sintomi di burnout differenti dai soggetti neurotipici.
Chi l’avrebbe mai detto (sarcasm, nda).Come evidenziano Leslie S. Kapin e Kevin E. Geoffroy, gli studenti plusdotati analizzati mostravano i seguenti sintomi di burnout:

 

  • Perfezionismo;
  • Sentimenti di stanchezza fisica, mentale ed emotiva in lavori che prima davano piacere;
  • Sovraccarico di obblighi, responsabilità e impegni;
  • Attitudine negativa e cinica verso la scuola, gli insegnanti, lo studio o cose che prima avevano un’importanza;
  • Infelicità verso se stessi e le proprie realizzazioni;
  • Noia, depressione e perdita di speranza;
  • Sensazione di aver perso il controllo verso la propria vita e il proprio lavoro;
  • La sensazione di sentirsi in trappola;
  • Reazioni esagerate ad alcune situazioni;
  • Dipendenza e un bisogno sempre maggiore per attenzioni costanti e rassicurazioni dall’esterno;
  • Comportamenti per attirare l’attenzione;
  • Bassa autostima;

Per la prima volta da quando studio la plusdotazione, ammetto che trovo un punto d’incontro importante tra comportamenti infantili e adolescenziali e comportamenti adulti.
Mi sono ritrovata, fino a poco tempo fa, in una situazione lavorativa spiacevole nella quale ero in completo burnout. Continuavo a spingermi verso una perfezione inesistente, mentre dentro stavo male. Fisicamente ero al limite, insonne, sempre con il mal di stomaco, sull’orlo delle lacrime, il mio stesso lavoro mi creava un sentimento di ribrezzo che non riuscivo a spiegarmi. Credevo di aver sbagliato completamente carriera e contemporaneamente non trovavo scappatoie per andarmene. La più piccola situazione, che prima gestivo bene, ora mi faceva venire attacchi di panico, che però non manifestavo con nessuno, poiché me ne vergognavo. Per cui entravo in bagno e cercavo di calmarmi, mentre contemporaneamente mi ammalavo sempre un po’ di più.


Come sempre, i plusdotati sentono di più. Senza voler denigrare assolutamente il burnout nei neurotipici, mi ritrovo a dover però osservare come le reazioni di un plusdotato al burnout sono più esplosive. Noi ci sforziamo di più, ci spingiamo più in là, perché sentiamo questa dolorosa bassa autostima che ci porta a pensare di non meritare neanche di tirare il fiato in situazioni nelle quali siamo palesemente al limite.
Preferiamo far crollare il nostro fisico rispetto a fare un passo indietro.


Conosco molti plusdotati che almeno una volta nella vita hanno sperimentazto malattie psicosomatiche legate a una sindrome da burnout: problemi a respirare, gastriti, problemi strutturali dati dalla continua tensione fisica, nausea, emicrania, insonnia, dispnea, e chi più più ne metta.
All’interno dell’articolo “Copout or Burnout? Counseling strategies to reduce stress in gifted students” viene sottolineato in più punti che il soggetto plusdotato tende ad autosabotarsi sempre. Quando qualcosa va bene, e lui raggiunge l’obbiettivo, sente di non meritarlo in quanto ha quasi avuto una “spinta esterna”. In definitiva, vediamo il fatto di essere plusdotati come se fosse un aiuto, invece che una nostra caratteristica intrinseca.
Similmente, quando qualcosa non va bene e non raggiunge l’obbiettivo, si sente inetto e non valido di attenzioni, dato che, in modo particolare quando lui è conscio della sua plusdotazione, pensa di non poter chiedere affetto o chiedere qualcosa a nessuno a meno che non raggiunga le aspettative. Aspettative che nella maggior parte dei casi pone da solo.

 

Ammetto di essermi rivista in questo passaggio. Da adolescente, quando prendevo un voto che non era quello che mi aspettavo, mi sentivo dilaniare dal sentimento di inadeguatezza. Se non riuscivo ad essere brava a scuola, allora non valevo niente.
La cosa peggiore è che nel mio caso c’era dietro una famiglia che mi sosteneva, che in realtà mi ha insegnato che non importa davvero il risultato, ma quanto ci siamo impegnati. Che talvolta puoi non raggiungere l’obbiettivo previsto anche se ti sei impegnato e va bene così, questo non definisce la tua vita.


Riesco ad immaginarmi bambini plus che si ritrovano con genitori plusdotati che hanno verso di loro aspettative altissime, dato che ancora oggi colleghiamo il concetto di plusdotazione a quello di intelligenza accademica. Non venendo considerato tutto il resto (iper emotività, ipersensibilità, dsa, ipotesi di sindrome autistica, eccetera), allora se il bambino, se lo studente, e poi se l’adulto, plusdotato non raggiunge un obbiettivo palesemente è colpa sua che non si è impegnato abbastanza.
Da questo senso di necessità, da questa bassa autostima e dalla credenza che comunque non ci meritiamo niente di ciò che raggiungiamo e dovremmo fare di più, sempre di più, ancora un passo in più, finiamo per spingerci oltre limiti che non dovremmo raggiungere, mettendo a rischio la nostra sanità fisica e mentale al costo di una piccola soddisfazione personale per un bel voto o un bel progetto.
Sono convinta che non ne valga la pena.

 

Purtroppo (o per fortuna, dipende da quale lato vediamo la situazione) non ho lo spazio adeguato per parlare anche di copout e delle differenze tra burnout e copout. Vorrei poi, alla fine, tirare anche un po’ le somme del tutto e fare una riflessione seria.
Per cui vi do appuntamento al prossimo articolo, in cui analizzeremo il concetto di copout e come questo si leghi sempre a un senso di inadeguatezza di fondo che il plusdotatro non abbandona mai davvero nella vita.