Ci siamo salutati nell’ultimo articolo parlando di come sono arrivata alla valutazione di plusdotazione; del percorso fatto per capire se effettivamente ero neurodiversa oppure no.
Ma adesso si pone una grossa domanda: una volta che sapevo di essere plusdotata cosa ci dovevo fare con questa informazione? La mia vita sarebbe cambiata?
Queste sono domande che so che si fanno in molti. Tanti mi hanno anche scritto chiedendomi proprio “Ma nel pratico a che mi serve sapere se sono o meno plusdotato?” ed è una risposta difficile da dare.
Per prima cosa, la ricerca di una risposta sulla neurodivergenza è totalmente soggettiva: a me magari serve saperlo, a un’altra persona no, e va benissimo così.
Il percorso che ognuno di noi fa per scoprire sé stesso è unico e quindi soggettivo.
Non c’è una scelta giusta o sbagliata nel decidere o meno di percorrere il sentiero delle valutazioni nelle neurodivergenze, l’unica, vera, cosa importante è, alla fine, trovare il modo di poter star bene con noi stessi. Accettarci e trovare il modo di essere la versione migliore di noi.
Detto questo, parliamo di come sapere di essere plusdotata ha cambiato (in meglio) la mia vita.
Dopo aver scoperto di essere plusdotata
La sera in cui ho avuto la valutazione ufficiale ho passato letteralmente diverse ore a fissare un punto dell’etere.
La verità è che come ho già detto ci speravo, ma contemporaneamente la cosa mi spaventava.
Avere quasi trent’anni e dover ammettere di non aver mai avuto idea di cosa ci sia nel proprio cervello non è facile. Le domande sono molte: chi sono davvero? Mi sono mai conosciuta? Ho mai davvero saputo come fare per gestire al meglio il mio cervello?
E le risposte sono ovviamente “no” a tutte le domande, perché altrimenti non avrei avuto bisogno di quel percorso e di un supporto psicologico.
Dunque all’inizio ho deciso di sforzarmi a trovare il lato positivo in questa valutazione, che in realtà metteva in risalto una forte insicurezza.
Ho dovuto combattere con la voglia di rivalsa che mi faceva solo pensare “Adesso che ho una valutazione ufficiale posso dire che sono gli altri a doversi adattare a me e non più viceversa!”.
Per quanto mi sembrasse un pensiero corretto, in quel momento in realtà era solo un egoismo.
Non dovevo adattarmi a nessuno ma ugualmente nessuno doveva adattarsi a me: dovevo solo capire come vivere finalmente equilibrata e bilanciata col mio “nuovo-vecchio” cervello.
Prima di tutto ho deciso che il mio obbiettivo sarebbe stato parlarne, parlarne e parlarne.
Una cosa che mi aveva fatta stare malissimo nei mesi prima della valutazione era questo senso di solitudine, questa consapevolezza che quando cercavo risposte sulla plusdotazione non ce ne fossero, soprattutto per gli adulti.
Questo ha portato il blog, che è stato sì un modo per sfogarmi, una terapia che soprattutto all’inizio ha fatto sfogare quel lato di me che voleva spaccare tutto e piangere per giorni interi, ma è stato anche un modo per trovare altri come me.
Sapevo di non essere sola, razionalmente ne ero conscia, ma volevo averne la certezza.
Ma volevo parlarne anche con i miei amici e con i miei familiari.
Avevo sprecato fin troppo tempo a nascondermi e non volevo più farlo. All’improvviso era come se quel peso che mi ero portata dietro per tutto quel tempo fosse diventato insostenibile, il che era buffo perché fino a poco tempo prima neanche mi ero resa conto di averlo sulle spalle.
Ho cercato quindi di individuare dei contesti in cui iniziare a tirare fuori questo discorso con persone con cui mi sentissi a mio agio.
Ovviamente non iniziavo le frasi con “CIAO SONO PLUSDOTATA. Tu in famiglia tutto bene?”.
Se avessero chiamato il 118 e mi avessero fatto un TSO avrebbero avuto ragione.
Tra l’altro, sempre per il principio per il quale non si sa cosa sia la plusdotazione (giuro che bannerò tutti quelli che fanno la minima battuta a sfondo sessuale. NON SIAMO A COLORADO), dovevo essere pronta a dare una spiegazione di questa neurodivergenza.
Ho iniziato dagli amici più stretti, alcuni dei quali in realtà sapevano del percorso che avevo intrapreso e, incuriositi, avevano iniziato ad informarsi con me (alcuni di loro nel tempo si sono rivelati plusdotati a loro volta).
Ho detto loro che avevo finalmente avuto la valutazione, del test che avevo fatto e dei risultati raggiunti.
Alla loro domanda “e ora cosa ti cambia saperlo?” ho risposto che adesso avevo una risposta a mille dubbi che mi ero portata dietro nel tempo, a mille insicurezze, a mille problemi.
Che per assurdo non ero cambiata dal giorno prima di sapere davvero di essere plusdotata, ma ad essere cambiato era il mio sguardo su me stessa.
Non vedevo più la me incapace di essere come tutti, quella che si sforzava ma aveva sempre la sensazione di rimanere drammaticamente indietro rispetto alla vita, vedevo semmai una me che doveva imparare i propri tempi e i propri metodi di approccio alle cose.
Accettare di essere su un differente livello di velocità (sia in positivo che in negativo) mi permetteva di essere meno rigida con me stessa.
Avevo bisogno di più tempo per riprendermi dalle situazioni sociali?
Andava bene così.
Avevo bisogno di capire come gestire i miei stimoli sensoriali?
Nessun problema.
Riuscivo a ricordarmi a memoria le cose guardandole anche solo una volta?
Non dovevo vergognarmene perché gli altri non ce la facevano.
Questo primo passaggio di raccontarmi è stato un po’ una seconda terapia.
Spiegare ai miei amici (più fidati), e poi ai miei genitori e ad alcuni familiari cosa sia la plusdotazione, come funziona, mi ha allontanata in qualche modo da quello che io vedevo come problema, permettendomi quindi di analizzarlo razionalmente.
E più lo analizzavo più riuscivo a pensare a piccoli miglioramenti quotidiani che mi facevano bene.
Trucchi per vivere al meglio la plusdotazione.
Ma quindi quali trucchi si possono usare per vivere meglio la propria vita se si è plusdotati?
Sono piccole cose che ho imparato in questi due anni (e che sto continuando ad imparare) per aggirare qualcuno dei problemi più grossi che la plusdotazione porta.
Non dimentichiamoci che è una neurodivergenza che è caratterizzata da un’enorme sensorialità, sensibilità e velocità, non solo dall’alto intelletto. Che questo piaccia o meno, queste peculiarità vanno gestite affinché non diventino un peso insostenibile.
Per quanto riguarda la parte intellettiva, in realtà forse è quella più facile da gestire. La necessità di stimoli intellettivi è alta nel plusdotato, ci annoiamo un sacco velocemente e questo si ripercuote anche nel lavoro o nella scuola. Vivere, però, nel 2022 ci permette di accedere a una sequenza di contenuti che possono stimolarci il cervello e darci la possibilità di non annoiarci.
Tutto bellissimo… forse.
L’accesso inconsulto alle informazioni e agli stimoli è altrettanto problematico, perché rischia di creare una confusione generale di concetti e non riusciamo più a concentrarci su niente.
Quando mi ritrovo in questi momenti, quelli in cui mi ritrovo ad aver bisogno di stimoli ma troppi stimoli non so gestirli, può sembrare banale ma tendo a scrivermi delle liste di cose che vorrei fare.
Imparare questa disciplina, studiare quell’informazione, approfondire cose che so, eccetera.
La lista non mi serve per fare le cose in ordine, ma per mettere ordine nelle cose: cosa mi interessa davvero? Cosa mi interessa ma solo superficialmente? Quanto tempo posso dedicare ad imparare cosa sia un kalimba invece che a cucinare?
Questo metodo non è infallibile, capita ancora che partendo dalla ricerca di un titolo di film mi ritrovo a studiare la creazione delle palafitte e all’improvviso sono le tre del mattino, ma mi ha aiutata a gestire questo lato della plusdotazione in modo più ordinato.
Non devo essere io schiava del mio cervello, semmai è il contrario.
Per quanto riguarda lo stimolo creativo, che per me passa moltissimo dalla scrittura, che dire… questo blog è stato il mio modo per sfogarmi.
Io non so disegnare, mai saputo farlo, e la scrittura è il mio sfogo creativo. Quando mi viene in mente un’idea cerco di buttarla giù subito o quasi, quando ascolto una canzone e questo mi procura delle emozioni cerco di incanalarle, di riconoscerle e definirle rispetto alla situazione.
Il che mi porta anche alla gestione emotiva.
Tengo un diario (uno vero), che mi aiuta sì a sfogarmi creativamente ma anche emotivamente.
Mappare i miei giorni sì e i miei giorni no, soprattutto all’inizio è stato utile per capire che cosa mi creasse ansia, tensione, felicità o tristezza.
Questa mappatura è utile perché permette di capire come gestire l’emotività. Dopo un po’ riesci a riconoscere le situazioni in anticipo e quindi a capire come muoverti: laddove è possibile eviti le situazioni stressanti, laddove non è possibile puoi capire invece come gestire il prima, in preparazione allo stress, e il dopo, per sfogare l’emotività.
Io personalmente, grazie anche all’aver detto a una buona parte degli amici della plusdotazione, mi sento molto tranquilla a dire loro che non me la sento di uscire perché emotivamente sono giù.
Dall’altro lato faccio un lavoro che mi porta a stare molto in mezzo alle persone e sotto forte sforzo sensoriale, quindi so che dopo il lavoro (a fine settimana o dopo un evento grande) ho bisogno di una giornata per decomprimere.
E la cosa bella è che dopo un po’ inizi a pensare che ti meriti quella decompressione.
La cosa peggiore di vivere da neurotipica era pensare che, dato che per gli altri non erano necessari questi momenti di sfogo emotivo e sensoriale, allora non me li meritavo nemmeno io.
All’inizio mi sono praticamente costretta ad avere questi momenti di sfogo, poi questo diventa un comportamento normale, un comportamento che ci tutela dai mental breakdown, dai burnout.
Ascoltare le proprie emozioni può sembrare molto stupido, ma vi assicuro che per molti è difficile.
Anche perché, la forte emotività porta all’iperstimolazione sensoriale. Quando un plusdotato è emotivamente troppo stimolato inizia ad avere problemi a gestire i cinque sensi. Io ad esempio tendo ad avere forti mal di testa per via delle luci oppure i suoni all’improvviso mi risultano fastidiosi e fonte di ansia. La stessa frase detta allo stesso volume, se sono in sovraccarico sensoriale diventa insostenibile e inascoltabile e il mio cervello si spegne del tutto.
Il tempo di recupero che ci prendiamo dopo una situazione di stress ci permette di riportare i sensi a un livello di tolleranza, così che possiamo poi ripartire di nuovo.
Similmente un consiglio è capire se ci sono stimoli sensoriali che tengano a bada il sovraccarico. Io sono una persona che ascolta moltissimo la musica, ad esempio; Ugo ha degli occhiali da sole sempre dietro per quelle giornate in cui la luce (anche del sole) è fastidiosa fino al dolore.
Infine c’è la parte motoria, che ad oggi cerco di gestire il più possibile con i fidget (un sacco di fidget), ma fino a che non ho iniziato questo percorso (e mi sono quindi validata la ricerca di stimoli, senza più nasconderla) era spesso toccarmi i capelli, mordermi le unghie, muovere le gambe inconsultamente, dondolare su me stessa soprattutto quando stavo in piedi.
Due parole conclusive sulla valutazione di plusdotazione
Sapere di essere plusdotata mi ha dato la chiave di lettura che mi mancava per accettare di essere me stessa.
Mi ha dato la possibilità di riconoscere i miei punti di forza (la memoria, la logicità) e quelli di debolezza, e quindi far tesoro degli uni e degli altri affinché io possa vivere meglio ogni giornata.
Si tratta di un percorso in divenire, che sto ancora affrontando e non è assolutamente finito.
Si tratta di un percorso personale che con me ha funzionato, ma che con voi potrebbe non funzionare, o dover essere applicato alla vostra quotidianità perché diventi un modo vostro di vivere voi stessi.
Quando mi chiederete “Secondo te vale la pena fare la valutazione di plusdotazione?”, quindi, vi dirò sempre di sì, perché la reputo un’esperienza preziosa per conoscersi.
Ma, se deciderete di non farla, sarà comunque giusto così.
L’importante, mi raccomando, è che ognuno di voi impari a vivere con se stesso lasciandosi alle spalle la fatica del masking quando non è strettamente necessario, sopratutto quando questo va completamente a snaturare la vostra personalità.







