Pensiero arborescente e plusdotazione

È il tuo dono vedere la bellezza e l’orrore delle cose di tutti i giorni. Non sei pazza per questo… soltanto diversa. E non c’è niente di male a essere diversi.

Cassandra Clare

C’è sempre stata questa sensazione, nella mia vita, di non riuscire a spiegarmi bene.

Molto spesso, cercare di far comprendere alle persone il mio modo di pensare o il mio punto di vista era una sofferenza devastante.
Quando ero bambina era solo frustrante, perché credevo che il problema fosse degli altri: insomma, io mi spiegavo chiaramente, come mai loro non capivano? Erano tutti stupidi?
Con il tempo, la sensazione si è spostata, diventando un fastidio verso me stessa: insomma, non riesco a farmi capire da nessuno, sono stupida?
Questo mi ha causato non poca ansia negli anni. Ogni volta che mi trovavo a dovermi spiegare io sapevo già che non sarei stata capace di farlo senza inciampare nelle mie stesse parole, senza perdermi nelle idee senza riuscire a dare voce a quello che sentivo, che percepivo.
Questo ha creato una inevitabile distanza tra me e il mondo, portandomi ad aprirmi molto poco con gli altri (e, quindi, ad avere pochi amici).
Poi, a poca distanza dai trent’anni, ho scoperto di essere plusdotata e ho iniziato a studiare tutto ciò che questo comporta.

Uno dei vari fattori che fa parte integrante della plusdotazione è il pensiero arborescente. Non sono riuscita a ritrovare chi sia stato che per primo ha dato questa definizione, ma la radice (perdonatemi il gioco di parole) dalla quale nasce la definizione è proprio il concetto di albero.

Il pensiero arborescente: che cos’è?

“Arborescente” deriva da albero: qualcosa di arborescente è qualcosa di ramificato.
Una spiegazione ottima del pensiero arborescente la si trova nel libro di Jeanne Siaud-Facchin “Troppo intelligenti per essere felici”, qui cercherò di sintetizzare un po’ il concetto.
Di base, nell’uomo ci sono due modi di pensare: lineare (un percorso da A a B è semplicemente un percorso da A a B) e arborescente (un percorso da A a B può e talvolta deve passare da C, D, E).
Il pensiero che tutti sviluppano normalmente, quello che ci viene insegnato a scuola, è il pensiero lineare. Io dico un’affermazione, la persona di fronte a me la recepisce per quella che è.

 

A: “Ho mangiato un panino a pranzo

B: “Buono.

 

Questo è il pensiero neurotipico. Niente vieta che legato a quel panino poi ci possano essere mille cose secondarie per gli interlocutori (sensazione di fame, emozione di invidia o felicità), ma i pensieri “accessori” che nascono nella loro mente non sono rumorosi o fastidiosi, non li distolgono dal punto focale: ovvero che A ha mangiato un panino.
Fine.
Questo è quanto e la nostra vita può andare avanti per il suo corso senza problemi.

Invece abbiamo, poi, il cervello plusdotato.
Il pensiero arborescente del plusdotato crea la seguente situazione (fatti o persone descritte potrebbero essere o non essere reali):

 

A “Ho mangiato un panino a pranzo” 
B “Grande, con cosa? Sai a me piacciono un sacco il salame e la mortadella. Ti ho mai raccontato di quella volta in cui mi hanno offerto un salame a Norcia perché avevo aiutato un bambino a trovare la mamma? Quella sì che fu una bella vacanza. Era freddo e c’erano i monti innevati, erano bellissimi. Potevi provare il deltaplano, ma io ho paura dell’altezza. Certo, mai come mia mamma, siamo saliti sul London Eye una volta ed è quasi morta di paura. Però bella Londra, vorrei tornarci e visitare Westminster. La tomba di Shakespeare, cavolo che sogno: io amo Shakespeare da quando avevo otto anni. Non il solito e noioso “Romeo e Giulietta”, lo sanno tutti che quella è una storia ormai superata. Insomma, andiamo, Romeo e Giulietta erano poco più che due bambini che a mala pena sapevano cosa significasse l’amore, possibile che a causa loro siano morte così tante persone? E pensare che io alla loro età…”.
A “…comunque era un panino al prosciutto…”.

 

 

Il plusdotato potrebbe andare avanti ORE con questi collegamenti. Un pensiero ne crea un altro, che ne crea un altro, che ne crea un altro e così via, all’infinito verso le incalcolabili possibilità che si hanno.
L’ampiezza di questi pensieri non ha limite, l’unico limite è l’attenzione che ci possono dare gli altri, o il compito che dobbiamo portare a termine.

Il problema del pensiero arborescente, infatti, fondamentalmente è la dispersione.
Tutto molto bello, il potersi immaginare interi mondi da una singola parola, ma quando c’è un focus da impostare tutto diventa improvvisamente venti volte più difficile.

Il pensiero arborescente nella vita di tutti i giorni

Come dicevo prima, ho letto molte definizioni di pensiero arborescente e altrettanto ho letto riguardo alla difficoltà che questo porta ai plusdotati.
Questo perché la ramificazione dei pensieri tende a diventare incontrollata e incontrollabile e a creare delle grosse difficoltàa livello di obbiettivi.


Quando si ha un tema a scuola, un progetto da portare avanti, un lavoro da fare, senza indicazioni precise e non interpretabili in autonomia il plusdotato si troverà in difficoltà a seguire un percorso stabilito.
Nei libri che ho letto ho trovato moltissimi esempi di studenti che faticano a seguire la traccia di un tema a scuola, ma quel problema, se non risolto o non compreso, può diventare un enorme ostacolo tra te e il mondo del lavoro una volta che sei adulta.

 

Prendiamo un esempio ben specifico.
In questo periodo mi sono ritrovata ad avere dei grossi problemi in ambito lavorativo. Questo perché sto seguendo un progetto particolare e, per la prima volta in vita mia, sto facendo alcune cose nuove, che non conosco.
In questo istante nessuno mi sta dando indicazioni chiare.
Devo fare delle tabelle, ma non ho un orientamento per compilarle: quindi seleziono quello che per me è importante, ma vado fuori tema; devo capire da sola, senza indicazioni, quali sono le informazioni da selezionare per definire alcune caratteristiche, ma per me ci sono dei collegamenti che, quando li spiego, sono chiari e logici solo per me e per nessuno dei miei interlocutori. La risposta media che mi sento dare è “Non ti complicare troppo la vita, questa cosa è più semplice di così” oppure “No ma questo non c’entra niente, poi si farà”.
E io resto lì, in attesa di capirci qualcosa senza che realmente qualcuno decida di darmi indicazioni.

 

Un adulto plusdotato che non sa utilizzare il pensiero arborescente (e che magari, come me, ha scoperto questa cosa una settimana fa) ha profonde difficoltà ad approcciarsi a situazioni nelle quali non può dire di essere plusdotato e deve decodificare le istruzioni del mondo senza aver neanche capito la lingua in cui sono scritte.
Il punto, purtroppo, è sempre quello: io non ho trovato scritto da nessuna parte (nemmeno in altre lingue) come dovrebbe fare un adulto per addestrare la propria capacità di pensiero.
Come dovrei fare io, a trent’anni, ad imparare da sola il modo in cui far crescere quei pensieri perché diventino piante pronte a dare ossigeno e non edere velenose che mi soffocano e mi avvelenano da dentro?

La bellezza del pensiero arborescente

Nonostante tutto, comunque, considero la capacità plusdotata di creare un pensiero ramificato come una bellissima caratteristica.

Di tutte quelle che definiscono la plusdotazione stessa, questa è forse quella che apprezzo e mi affascina di più.
Insomma, abbiamo la capacità di costruire un intero universo di concetti e imparando a utilizzare questa cosa al meglio potremmo riuscire finalmente a gestire anche la cascata di ansia che spesso ci assale.
Comprendendo il modo in cui evitare che sia il pensiero a prendere il sopravvento, potremmo finalmente imparare a bloccare quei momenti nei quali a pensiero si collega pensiero e ci ritroviamo in balia di una sesnazione di angoscia atavica che porta polto spesso alla depressione. In questo modo, anche se è solo un primo passo per risolvere i problemi che insieme alla plusdotazione ci portiamo dietro, lentamente il “peso” di sentirci così differenti verrebbe alleggerito dal fatto che sapremmo finalmente essere noi in comando del nostro cervello e non viceversa.
Tutto potrebbe essere migliore.
Mi auguro che, come si fa per i bambini (ma anche per loro, ancora troppo poco), anche per gli adulti si riesca a trovare un modo per insegnare l’utilizzo della mente arborescente, così da facilitare loro la vita (che non è già facile di suo).