Il copout e la plusdotazione

Le nostre difficoltà quotidiane celano abissi, non sono altro che la punta di un enorme iceberg.
Alejandro Jodorowsky

Disclaimer: Questa è la seconda parte di un unico argomento! Potete trovare la prima a questo link .

 

Ci siamo lasciati dopo aver parlato di burnout e della relazione con la plusdotazione. Riprendiamo da qui e affrontiamo il concetto di copout.
Partiamo dal presupposto che fino a dieci giorni fa io non ne conoscevo neanche l’esistenza. Ma Vi giuro, quando ne stavo approfondendo la definizione e il comportamento collegato ero divisa tra due sentimenti profondamente contrastanti: da una parte pensavo “Ommioddio, ma l’ho fatto anche io questo” e da una parte pensavo “Ommioddio, ma perché lo facevo anche io questo?”.
Mi ha fatto un po’ più male di quanto avrei voluto che me ne facesse.
Purtroppo, ognuno di questi comportamenti neurodivergenti sono spesso inconsapevoli. Si basano sul concetto stesso di difesa inconscia, che ci porta ad attuare una serie di contromisure per evitare di soffrire.
Lo capisci solo dopo, di averle fatte anche tu, quando le studi, quando le leggi, quando qualcuno te ne parla, ma prima purtroppo non lo sai.
Vediamo come, con il copout, questo sia un bel problema. Buona lettura!

Che cos’è il copout?

Il copout è un comportramento nel quale il soggetto plusdotato smette di impegnarsi, nel tentativo di ridurre lo stress.
Riferendomi sempre a Kaplan e Geoffrey, negli anni Novanta furono studiati molti studenti plusdotati, consapevoli della propria plusdotazione. Venne notato come questi soggetti sentivano forte il senso di dover raggiungere alcuni obbiettivi (voti alti, in questo caso specifico) anche solo per sentirsi degni di affetto e attenzione.
Le caratteristiche dello studente in copout sono le seguenti:

 

  • Poco sforzo nei lavori scolastici;
  • La tendenza a fare molto poco, tardi;
  • Manifestazione di indifferenza verso i risultati scolastici;
  • Voti che si abbassano, raggiungimento di pochi obbiettivi;
  • Selezione di percorsi meno stimolanti;
  • Selezione di attività e relazioni così poco stimolanti da garantire il risultato sperato;
  • Attitudine da “Non me ne frega niente” verso il futuro;
  • Procrastinazione;
  • Intolleranza verso insegnanti, genitori, colleghi;
  • Tendenza a diventare il clown della situazione per guadagnare attenzione ed approvazione per un comportamento manifesto in un contesto esterno a un’area di performance;
  • Bassa autostima.

Il plusdotato ha una percezione distorta delle risposte delle persone intorno a se. Possono essere compagni, insegnanti, genitori, ma tendiamo a credere che tutti ci odino per il nostro modo di essere noi, o, all’estremo opposto, crediamo che ci lodino e ci amino per qualcosa che non ci meritiamo, una caratteristica esterna che in realtà non vogliamo. Sentendoci così sbagliati in questa nostra neurodivergenza, percepiamo le risposte esterne deviate, in una costante bassa autostima che ci accompagna fin da piccolissimi. Ovviamente, questo ci porta a tenere sempre un atteggiamento sulla difensiva in ogni situazione, cercando di capire di chi fidarci.

 

Nel caso del plusdotato autoconsapevole, la percezione esterna è che le persone si aspettano di più.
Secondo Seligman, esiste una depression success: lo studente plusdotato (ma io aggiungo, il soggetto plusdotato) raggiunge dei successi che non sente di meritare, dato che vede la propria plusdotazione come se fosse quasi un aiuto esterno.
Sente di essere apprezzato per qualcosa che non si merita, che non ha fatto lui e questo lo porta alla depressione.
Anche in soggetti non autoconsapevoli, si scatena questo meccanismo malato nel quale i risultati ottenuti sono sempre troppo poco. Il plusdotato vuole di più.


Che siamo consci o meno della nostra plusdotazione, ci autoinfliggiamo uno stress malato ce ci porta a percepire ogni obbietti come se non fosse mai abbastanza, come se ancora non definisse il fatto che siamo degni dell’amore e della comprensione altrui.
Non solo: se da piccoli siamo stati bambini apprezzati, se le nostre famiglie, i nostri insegnanti, ci hanno insegnato la “bellezza” del complimento, diventiamo dipendenti da questa necessità di attenzione, che nasconde in realtà questa paura infinita di non essere adatti a chiedere l’affetto di qualcuno.
In definitiva, il plusdotato vede nei propri obbiettivi l’unico modo per sentirsi amato, da se stesso e dagli altri. Per questo si costringe a mantenere ritmi molto sostenuti, a scuola come a lavoro, cercando una perfezione inesistente.

Il subentro del copout

Capita però che a un certo punto sia il soggetto plusdotato stesso a rendersi conto che questi ritmi siano insostenibili. Vivere perennemente con questa ansia di fondo che prima o poi saremo abbandonati per il nostro essere diversi è uno stress tale che a un certo punto il nostro cervello dà il via a un meccanismo di autodifesa.


Il pensiero inconscio è talmente semplice da risultare quasi stupido: non mi merito l’affetto degli altri se non raggiungo gli obbiettivi, ma se sono io a decidere di non raggiungerli allora non sto male.
Nel caso dei soggetti autoconsapevoli, Withmore evidenzia che l’abbassamento volotario delle performance è un meccanismo per ridurre l’ansia da prestazione e Berger, successivamente, nota come a un certo punto i plusdotati necessitano di definire la propria esistenza al di fuori del proprio qi. Questa riduzione dello sforzo è anche un modo per rispondere alla domanda “Ma io, senza il mio cervello, chi sono davvero?”.

 

Io ero una studentessa molto brava, lo studio mi piaceva, ma non ho saputo di essere plusdotata fino a pochi anni fa.
Nonostante questo, sentivo da molti il peso delle aspettative. Ero quella con i voti sempre altissimi, con la memoria perfetta, io dovevo sempre essere perfetta, coi voti altissimi. Fino alle superiori, quando poi ho preso in mano autonomamente i miei programmi di studio, non potevo “sbagliare”. Le maestre mi avevano orientato verso un percorso scientifico, data la mia mente portata alla matematica, e non avevano neanche preso in considerazione la mia inclinazione umanistica, quasi “proibendomi” di fare un percorso differente da quello.
Alla fine mi sono ritrovata in terza superiore accorgendomi di aver fatto un errore enorme, schiacciata dal dolore delle aspettative, dalla consapevolezza di aver sprecato tre anni a studiare cose che non mi piacevano, dal fatto che nella mia famiglia tutti si aspettavano da me che fossi perfetta.
Se ci penso adesso, riconosco in me, in quel momento, l’inizio del copout. Decisi che non avrei frequentato l’università, litigai con molti familiari per questo, e poi diminuii al massimo il mio sforzo nello studio. Avevo voti bassi, ma era una mia scelta, una mia decisione. Ero io che decidevo fin dove il mio cervello dovesse andare.
Durante le lezioni facevo altro: scrivevo, per lo più, leggevo libri miei, nascosta dai miei compagni di classe, e alla fine sopravvissi in qualche modo agli ultimi due anni di liceo, passando per un pelo ma con il minimo dello sforzo.

 

Secondo i vari studiosi di cui ho letto su questo argomento, il copout ha comunque il ritorno di fiamma: la realtà è che lo stess non se ne va lo stesso.
In quel periodo io avevo una forte depressione, mi sentivo sempre in ansia, ero preda di attacchi di panico continui, non dormivo, stavo malissimo. Per assurdo, il fare meno mi esponeva a una situazione a cui non ero preparata e che quindi mi metteva paura.
Purtroppo, esattamente come il burnout, anche il copout è un meccanismo che alla fine non riesce davvero a sollevare il plusdotato dal terrore di sé stessi.

 

Ci sarebbe ancora moltissimo di cui parlare, vi invito, come sempre, a scrivermi se volete che approfondisca, di questo argomento, qualcosa di specifico.
Vi chiedo però: avete mai fatto copout? Vi ha sollevati un po’ dall’ansia? Che ne pensate?