In questi giorni mi sono arrivati un sacco di dm in cui mi venivano fatte le richieste più disparate per i prossimi articoli. Di questo vi ringrazio molto. Una richiesta in particolare ha attirato la mia attenzione, e quindi siamo qui oggi a parlare della crescita interna di un plusdotato.
Con questo argomento, nato dalla domanda “Ma a te capita mai di sentirti più infantile adesso di quando eri bambina?” mi piacerebbe cercare di ricostruire il modo in cui la maturità di un neurodivergente di sviluppa.
Ho detto e ripetuto fino alla nausea che i plusdotati sono molto più maturi dei propri coetanei, ma la realtà è che questo è vero finché si parla di bambini plusdotati. I bambini plusdotati tendono a sembrare adulti in miniatura, con questo loro modo estremamente analitico di affrontare il mondo. Gli adulti plusdotati, invece, possono avere la tendenza opposta: risultare infantili e immaturi.
L’infanzia di un bambino plusdotato
Come sappiamo, «La plusdotazione è una dissincronia nello sviluppo nella quale elevate capacità cognitive ed il saper svolgere le attività con notevole intensità, si combinano per formare esperienze interiori ed una consapevolezza che sono differenti dalla norma».La dissincronia ci rende dunque adulti anche quando non lo siamo ancora. Ma la dissincronia non si ferma a un certo punto: perdura durante tutta la durata della nostra vita, rendendoci quindi sempre in una posizione differente rispetto ai coetanei.
Questo punto mi ha fatta riflettere molto. Anche io, come la persona che mi ha scritto e con cui mi sono confrontata, mi sento in effetti molto più infantile adesso di quanto non lo sia mai stata come bambina plusdotata. Ho fatto un paio di ricerche sul libro “Living with intensity”, in cui vengono prese in analisi le teorie di Dabrowski. Ad oggi, è l’unico libro che ho trovato in cui si affrontano anche i problemi degli adulti plusdotati, e non solo quelli dei bambini.
All’interno del capitolo “Still gifted after all this years”, si legge il seguente paragrafo:
«Inside the though-talking, hard-jogging man of 40 who is identified largely by his work, there is a boy trying not to cry. “Time’s running out!” a boy who often wants to say. “Hey, I’m sorry about some of the things I have to do […]”. Inside the educated 35-year-old married woman is a young girl who remembers what it was like to win at word games or get the highest mark in the class, to control a spirited horse or to do twenty piqué […]. A girl who used to have confidence and dreams and write it in her diary.»
Potremmo tradurlo come segue, per chi magari non conosce bene l’inglese:
«Dentro quell’uomo di quarant’anni che parla in modo sicuro, che si allena costantemente e che viene identificato dal suo lavoro, c’è un ragazzo che cerca di non piangere. “Il tempo sta per finire” vorrebbe dire spesso. “Hey, mi dispiace per alcune delle cose che devo fare”[…]. Dentro quell’educata donna di trentacinque anni, sposata, c’è una ragazzina che ricorda cosa significhi vincere in un gioco di parole, o avere i voti più alti in classe, controllare un cavallo imbizzarrito o fare venti piqué […]. Una ragazza che credeva in se stessa e aveva sogni che scriveva nel suo diario.»
L’impressione, leggendo queste parole, è che gli adulti plusdotati sentano, a un certo punto, il peso del loro essere diventati adulti troppo presto. Quando siamo bambini, in quanto plus, tendiamo a scusarci molto per le mille cose che facciamo e che dobbiamo fare. Ci sentiamo un peso e cerchiamo di cambiare molto presto il nostro essere noi stessi.
Smettiamo di essere ragazzini troppo presto, e quando cresciamo questa cosa si vede. Nuovamente a questo punto la situazione si divide tra chi è autoconsapevole della propria neurodivergenza e chi non lo è.
Un adulto che cerca se stesso
L’adulto plusdotato che sa di essere tale, quando diventa adulto decide di non far spegnere mai più la fiamma che lo tiene in vita.
Decide di continuare ad alimentarsi perché comprende che non è stato giusto annullarsi quando era più giovane, e la sua volontà è quella di recuperare il tempo perso a mascherarsi. Quindi decide di viziarsi, di fare quello che non avevano il coraggio di fare da bambini: seguono il proprio cervello, studiano oggi questo e domani quest’altro, comprano un pianoforte quando vogliono imparare a suonarlo, si emozionano apertamente per una nuova scoperta, decidono che va bene piangere una volta in più per un film e ridere più rumorosamente per una battuta divertente. Risultano estremamente infantili perché all’improvviso sono quelli che sono sempre stati, ma fino a quel momento si sono sempre nascosti, quindi non lo davano a vedere.
Dabrowski definisce questi plusdotati ageless: siamo senza età, dal momento in cui viene tagliato il nostro cordone ombelicale all’istante in cui l’ultima molecola di O2 entra nei nostri polmoni.
Per quanto riguarda invece il plusdotato che non sa di esserlo, in questo caso molto spesso lui stesso nega fino in fondo di essere differente. All’interno dello stesso capitolo nel libro su Dabrowski, vengono prese in considerazioni le varie fasi della vita di un plusdotato adulto, dai 18 anni in poi.
Viene sottolineato come molti plusdotati cercano di combattere contro la propria plusdotazione fino in fondo. Neanche per un giorno della propria vita cedono alle ncessità del loro cervello, scegliendo di fingere e basta.
In questo caso, la loro necessità infantile viene sedata: rimane lì in sospeso, come addormentata, e non viene mai svegliata. Ovviamente questo comportamento purtroppo porta conseguenze: non è raro che i plusdotati adulti siano profondamente depressi e in realtà è molto diffuso che arrivino perfino al suicidio.
L’adulto plusdotato cerca se stesso nelle sue passioni, e nel farlo risulta egocentrico e infantile. Ma non vuole niente più che dare pace un po’ a quella voce che non si ferma mai e che gli dice di andare oltre, di studiare ancora un po’ di più, di imparare ancora solo un’altra cosa.
Quindi sì, i plusdotati tendono a sembrare infantili, quando sanno di essere tali e possono essere sé stessi senza problemi, ma può anche andar bene così. O almeno, io non me ne sono mai lamentata.







