Io non ho molti amici.
A dire il vero, mi basta una mano per contare quelli che considero davvero amici e con cui posso essere me stessa, plusdotata e problematica, senza dovermi sempre nascondere dietro a una maschera.
La plusdotazione non ti aiuta a stringere rapporti duraturi.
Questo perché un soggetto plusdotato tende ad avere una velocità interna differente, e per questo è insofferente nei confronti di chi è più lento di lui.
Ovviamente il problema reale sta nel fatto che il 98% delle persone lo sono.
I bambini plusdotati e le amicizie
Ti svegli quindi una mattina e sei un bambino che vuole scoprire il mondo.
Hai un sacco di domande, sei precoce nell’accorgerti di alcuni concetti che molti adulti non comprendono (tra cui la morte, il sesso e l’amore), sei sempre sovraeccitato e contemporaneamente, però, gli stimoli esterni ti creano uno scompenso emotivo.
Hai cinque anni, e consideri l’impostazione scolastica un concetto errato in una società democratica; hai cinque anni e capisci che dopo la vita potrebbe non esserci niente; hai cinque anni e mentre i tuoi compagni giocano nella sabbia tu sai perfettamente che i germi che potrebbero trovarsi nel terreno sono potenzialmente mortali, quindi preferisci evitare di sporcarti e stai lontano dal terrario scolastico.
Alcuni, ne sono sicura, stanno pensando
«Ok, hai cinque anni e sei un rompipalle»
e probabilmente hanno ragione.
I bambini plusdotati sono faticosi e impegnativi, l’ho già detto e lo ribadisco.
Contemporaneamente, però, siamo profondamente sensibili. Praticamente subito, quando facciamo il primo pensiero strano sulla vita e l’esistenza, realizziamo di essere diversi.
Io avevo cinque anni e percepivo questa enorme distanza incolmabile con gli altri bambini della mia età, e non la capivo. Mi sentivo diversa, ma non sapevo perché lo fossi. Sapevo solo che gli altri non erano uguali a me.
A quattro anni leggevo e scrivevo, mi portavo all’asilo dei piccoli libri che leggevo durante la ricreazione, odiavo stare con gli altri bambini. Avevo una sola amica, e per quanto bene le volessi spesso non riuscivo a capire come alcune cose potessero piacerle.
Contemporaneamente lei non capiva me: avevamo la stessa età, ma io ero comunque molto più adulta di quanto avrei dovuto essere.
I plusdotati nelle relazioni sono sempre bloccati in un tempo non definito che non è a ritmo né con quello dei coetanei né con quello delle persone più grandi.
Sei quindi escluso nelle situazioni giornaliere, quando sei a scuola, quando sei alle feste con gli altri bambini, ma sei anche escluso quando stai con persone di età differenti.
In questo ritmo aritmico arrivi alle elementari e riesci a studiare velocemente, ma sei arrabbiato e preda delle emozioni.
Le maestre ti vorrebbero meno eccessivo, i tuoi compagni non ti sopportano molto e sei un bambino… solo.
I bambini plusdotati che ho potuto conoscere si raccolgono in tre macrocategorie: abbiamo quelli così tanto arrabbiati da essere violenti, nel tentare disperatamente di farsi capire da una società che non li capisce fin da piccoli; abbiamo quelli che non riescono a performare scolasticamente perché la sensazione di solitudine e quell’incapacità di gestire le emozioni li intrappolano in una bolla in cui qualsiasi situazione sociale viene vissuta come un peso; infine, in pochi casi, abbiamo quelli che performano così tanto bene che vengono comunque esclusi perché sono troppo veloci.
Ovviamente queste sono le persone che io ho conosciuto: queste tre categorie di bambino non si escludono l’un l’altra, ma anzi possono coesistere.
Io ero contemporaneamente una secchiona con problemi relazionali, profondamente arrabbiata con tutto e tutti e spesso preda di crisi di nervi.
La solitudine dei plusdotati
La conclusione è mediamente la stessa per tutti: siamo soli.
Comunque vada, scegliamo una via per sopravvivere ma siamo soli e come tali impariamo a vivere. Qualcuno combatte battaglie politiche interne in terza elementare, qualcuno si sfoga fisicamente, qualcuno decide di chiudersi perché la sua voce non viene sentita da quegli adulti che dovrebbero ascoltarci, ma alla fine già dalle elementari impariamo questo senso profondo di solitudine e differenza che ci porta a vivere con diffidenza il mondo.
Riconosco che detta così possa sembrare esagerata, o estrema, ma non è così. Va capito che, per quanto oggi sia più conosciuta come condizione, la plusdotazione non viene riconosciuta spesso come dovrebbe.
Per cui gli adulti che dovrebbero insegnarti ad usare il tuo cervello, invece di riconoscere in te questa caratteristica tendono a dire semplicemente che sei pesante.
Domandi troppo, impari troppo velocemente, non sei al ritmo con gli altri.
E, che tu lo voglia o no, gli altri iniziano a distanziarti per questo.
Ricordo molto bene il mio periodo alle elementari, intervallato da momenti in cui non avevo neanche un giorno libero, tra la scuola e le attività extrascolatische, e momenti in cui ero bloccata a casa per la mia salute cagionevole.
Non avevo molti amici.
Non eravamo una pessima classe, ma in generale non mi piaceva uscire con i miei coetanei. Ero molto più felice quando potevo uscire con i miei genitori e i loro amici, anche se il problema era che per loro ero comunque una bambina.
Comprendevo benissimo molte delle cose che dicevano, anche se erano argomenti “da adulti”, ed ero veramente interessata alle loro discussioni.
Però avevo un orario per andare a dormire, avevo la censura sui discorsi sessuali, spesso mi consideravano niente più di quel che ero: una bambina.
Non andavo bene neanche per loro, per quanto io mi impegnassi per farmi accettare.
Ero frustrata dal fatto che i miei compagni di scuola erano lenti, sia nel fare i compiti (finivo di leggere il sussidiario il secondo giorno di scuola) che nell’arrivare a comprenderei i miei ragionamenti, ed ero frustrata dal fatto che per gli adulti ero troppo piccola.
Ero una via di mezzo tra mare e terra, e non andavo bene in nessuna delle due realtà, e questa è una cosa che appartiene profondamente all’essere plusdotati: sei troppo adulta per i bambini ma troppo bambina per gli adulti.
In questo modo, però, arrivi lentamente alla fine delle elementari, senza aver davvero capito cosa ci sia di sbagliato in te, pur percependolo.
Ripensi ai tuoi undici anni scarsi e ti rendi conto che mentre le tue amiche parlano delle prime cotte tu stai valutando la vulnerabilità della vita e pensi che in questo mondo ci sono troppe cose ingiuste e troppe poche giuste e questo non ti piace.
Non ti rispecchi in quel che vivi e non hai amici.
In compenso, in terza elementare hai battuto nei conti mentali un laureando in biologia di quindici anni più grande di te.
Quando sei un bambino plusdotato, impari un sacco di cose di cui non ti accorgi.
Sai sopravvivere benissimo da solo fin da piccolo e sei profondamente adulto. Proprio questo ti definisce quando entri nell’adolescenza e non sei solo una ragazza con problemi ormonali, ma sei anche plusdotata.
Inutile dirlo, ti sei chiusa per tutti quegli anni così tanto che all’improvviso hai gli ormoni fuori fase, sei preda della classica rabbia dei teenager ma non sai rapportarti ormai più ai tuoi coetanei.
Non sai spiegare cosa ti faccia soffrire, non sai parlare ai tuoi coetanei perché quando ci hai provato ti sei scontrata col fatto che no, loro non hanno pensato alla vita delle stelle guardando “Il Re Leone”, hanno solo pensato che Hakuna Matata è una bella canzone.
Ma, all’improvviso, ti innamori per la prima volta.
Hai quattordici anni e all’improvviso conosci la prima persona con cui ti piacerebbe relazionarti.
Solo che non sai come si faccia: sei sempre stata strana, diversa, troppo secchiona e puntigliosa, e pensi inevitabilmente che anche per quella persona lo sarai. Anche lui penserà che sei sbagliata.
Finisci a fare l’unica cosa che ti sembra logica: mascheri.
Hai quattordici anni, le tue relazioni iniziano a crescere e maturare con te, e tu ti chiudi dietro una maschera senza capire che da ora in poi sarà tutto più difficile.







