Ok, sorprendentemente c’è stato un mio post su Facebook e Instagram che ha fatto un successo allucinante.
A parte commuovermi per alcuni commenti, mi ha fatta molto riflettere.
Il post in questione è questo e mi sfogavo sul fatto che l’informazione sugli adulti plusdotati che si trova online lascia a desiderare.
Anzi no: fa proprio schifo.
Molte persone scrivono articoli o fanno approfondimenti rispetto alla plusdotazione trattandola come se fosse una specie di superpotere mistico.
Veniamo trattati come se fossimo gli X-Men di Xavier, con la differenza che loro salvano il mondo e noi baciamo per terra se arriviamo vivi a fine giornata.
Il problema nasce a monte: il concetto di partenza è fondamentalmente sbagliato.
Quando parliamo di alto quoziente intellettivo parliamo di plusdotazione, e questo, come mi fa presente correttamente qualcuno, crea fin da subito un problema enorme.
Perché plus? Cosa ci rende plus?
Magari siamo poco sportivi, abbiamo i genitali piccoli, non siamo artistici, abbiamo diagnosi da DSM, abbiamo DSA.
Cosa ci rende plus?
Siamo plus rispetto a che cosa? A chi?
«Beh in realtà non diciamo plusdotati, spesso diciamo gifted. Siete adulti gifted, non vi sentite fortunati?»
I brividi che ho avuto quando ho letto per la prima volta giftedness.
«Oh i bambini gifted, che belli! Deve essere un’infanzia bellissima»
Quindi stiamo assumendo implicitamente che l’intelligenza sia un regalo, un dono di qualcuno che voleva farci un favore?
Io non voglio dire che se lo poteva tenere, ma in alcuni momenti della mia vita penso a questo bellissimo regalo come a quel maglione brutto di Natale, infeltrito e dal colore ambiguo, che mi hanno regalato in seconda elementare al posto della fabbrica dei mostri.
Il punto è che qualcuno, a un certo punto, ha deciso che essere intelligenti fosse un dono, qualcosa di cui essere felici, una figata pazzesca, quella caratteristica “in più” che tutti vorrebbero avere.
Spoiler: non è così.
Io lo capisco che dal fuori si possa pensare che con l’intelligenza la vita sia più semplice, invece è più complicata e difficile per noi che per chi non ha neurodiversità.
In questo senso personalmente ce l’ho un po’ con Hollywood e con la letteratura, e lo dico da lettrice avida e da cinefila ossessiva.
L’intelligenza è sempre stata descritta come affascinante, una figata che “OMMIODDIO ANCHE IO VOGLIO ESSERE INTELLIGENTE”, come qualcosa di bellissimo.
Come se fosse, appunto, un superpotere.
Sei intelligente, quindi riesci a fare tutto, sei bravissimo, velocissimo, affascinante, attraente, simpatico.
Praticamente nell’ideale comune la persona intelligente è Sherlock Holmes.
E, chiariamoci, è la realtà: Sherlock Holmes palesemente è un plusdotato, nella serie della BBC lo si vede molto bene in tutti quei momenti in cui ha bisogno di trovare stimoli, in cui il cervello non gli dà pace e si agita come un’anima in pena.
Ma tutto il resto?
Dove sono le crisi di nervi, la paura delle relazioni, la sensibilità estrema?
Dov’è la difficoltà nello studio e nel lavoro?
«Se sei intelligente e non riesci a studiare, significa che non ti impegni abbastanza»
Ogni volta che qualcuno pronuncia queste parole, nel mondo muore una fata.
Non ho mai capito l’assioma per cui intelligenza uguale capacità nello studio.
Insieme alla neurodivergenza c’è un’altissima percentuale di probabilità che si accompagni un DSA (tra i più comuni abbiamo dislessia, discalculia, disgrafia), oppure un problema relazionale (come l’evitamento sociale, che io ad esempio ho, o una fortissima ansia, tendenze depressive, sindrome paranoide, eccetera).
Dare per assunto che il qi ci permetta di performare negli studi è profondamente arrogante.
Viene dato per scontato che se io non ce la faccio significa che non mi sto impegnando, e questo crea una sequenza di reazioni e scompensi nei plusdotati che se lo sentono dire.
Significa che non sono all’altezza. Significa che non sono davvero intelligente, sono stupida. Significa che devo impegnarmi di più, che devo andare oltre i miei limiti, che non vado bene come sono, che faccio schifo.
Vi svelo un segreto: è anche per questo motivo che molti plusdotati hanno problemi di ansia e prestazione.
Ci sentiamo sempre sotto pressione, perché per noi non viene concepito il concetto di errore. Se sbagliamo è solo perché non ci siamo impegnati a sufficienza, e il senso di colpa che questo fa nascere in noi è devastante.
Tra l’altro, è verissimo che siamo veloci, ma l’emotività che ci contraddistingue ci rende difficili le cose più semplici e più semplici le cose più difficili. Paradossale vero?
Faccio un esempio pratico, forse mi spiego meglio.
Ho detto, un paio di settimane fa, di aver fatto il test WAIS.
Una delle prove era quella di memorizzare una sequenza di numeri. Questa prova aveva tre livelli: nel primo, dovevo ripetere i numeri come mi venivano detti; poi dovevo ripeterli al contrario; infine metterli in ordine crescente.
Io, nella parte più semplice, quella in cui vanno semplicemente replicati i numeri come vengono detti, ho fatto meno della metà del punteggio che ho fatto nel livello più difficile.
Rimetterli in ordine crescente mi è risultato più facile, sapete perché?
Perché il mio cervello non aveva tempo di processare l’ansia, e così si è liberato di un peso, focalizzandosi solo sull’esercizio.
Ecco, questo ci capita sempre.
Performiamo meglio quando riusciamo a zittire l’ansia e il panico da prestazione, e solo a quel punto il nostro cervello riesce a lavorare al massimo delle sue potenzialità.
In quel momento siamo davvero plusdotati: veloci, precisi, performanti.
Il punto a cui vorrei arrivare è che essere plusdotato non significa spiccare in tutto.
I plusdotati sbagliano. I plusdotati possono non spiccare in una situazione. I plusdotati possono fare risultati uguali a quelli della media.
I plusdotati non sono supereroi.
Come tutti gli altri siamo esseri umani che provano e tentano e che inciampano, che si scontrano con i propri limiti.
Insomma gente, fate articoli su come insegnarci a usare la velocità, su come incanalarla, insegnateci a gestire la parte emotiva, spesso il nostro tallone d’Achille, non fate articoli acchiappalink in cui spiegate come siamo favolosi Avengers.
Fidatevi, sono la prima che vorrebbe la tuta di Iron Man, soprattutto quando rimango imbottigliata nel traffico e sono in ritardo: se vi dico che non ce li ho i superpoteri, non ce li ho davvero.







