Io so già che questo argomento sarà un bagno di sangue. Me lo sento dentro, nelle ossa, ma non ci posso fare niente, devo parlarne, perché sono ormai mesi che vengo perseguitata da domande e dubbi, e l’unico modo che ho per togliermeli è iniziare ad affrontare la questione.
Ci tengo a chiarire due cose: la prima è che questa sarà una prima premessa doverosa, ma sarà seguita poi in futuro da altri articoli di approfondimento sull’argomento. Un solo articolo per affrontare la differenza tra plusdotazione e autismo non mi sarebbe comunque bastato; la seconda è, come sempre, che queste sono teorie totalmente mie, e che io non sono un terapeuta, o uno psichiatra o altro. Sono solo una persona che si annoia un sacco che è nello spettro della plusdotazione e ha il desiderio di approfondire un argomento che le sta a cuore. Quindi posate i forconi, ok? Grazie.
Iniziamo.
Autismo o plusdotazione?
Volontariamente, nei miei articoli, non ho mai parlato dell’autodiagnosi che mi sono fatta prima di iniziare il percorso con la psicoterapeuta. Questo perché ancora stavo cercando di comprendere al meglio che cosa fosse la plusdotazione, anzi ancor prima stavo cercando di capire chi fossi io.
Mi sono ritrovata persa totalmente, alla ricerca spasmodica di risposte a domande che non mi erano totalmente chiare, ed ho iniziato a studiare varie cose, prendendo spunto qua e là.
Per questo motivo, ovviamente, non avevo ben chiare le idee.
Incappando in una sequenza di teorie e video in proposito, ho sviluppato il pensiero di avere una forma di autismo non riconosciuto (in quanto io donna. Per chi non lo sapesse, molti sintomi ancora oggi sono valutati sul cervello maschile, differente da quello femminile su molti ambiti).
Senza entrare nello specifico, semplicemente molti dei sintomi erano uguali: sovraccarico sensoriale ed emotivo, un’interazione sociale al limite della sociopatia, il bisogno di ripetizione e organizzazione… insomma, decisi che avrei fatto terapia su questa base, e mi sono presentata dalla psicoterapeuta dicendo “Credo di essere autistica”.
Sono piuttosto sicura di averla spaventata.
La caratteristica che mi aveva, più di tutte, fatto risuonare un campanellino d’allarme era che gli autismi lievi, nelle donne, possono essere ben mascherati per tutta la vita e mai scoperti, per cui non ci vedevo niente di sbagliato nel mio ragionamento. Mi sentivo diversa e non ne capivo il motivo, sapevo di avere comportamenti totalmente divergenti da quelli delle altre persone, di avere difficoltà relazionali, sovraccarichi emotivi frequenti, e quindi ho cercato risposte in questa direzione.
Per questo motivo, quindi, ho iniziato a studiare l’autismo, in tutte le sue forme e ovunque: libri, articoli, perfino video di Tiktok. Ero affamata di risposte e avrei fatto di tutto per cercare di capire se fossi autistica oppure no.
Andando avanti negli studi (e nella psicoterapia), però, venivano via via a galla i punti di lontananza tra la mia condizione e un autismo tipico.
Molte cose non mi tornavano, molti sintomi non li avevo o li esprimevo in maniera differente. Per fare un esempio, io non ho una fissazione unica per un argomento, anzi ho bisogno di avere il maggior numero di informazioni su un’ampia gamma di argomenti, e di questi ho bisogno di capire collegamenti e punti d’incontro. Mi annoio velocemente quando mi trovo davanti una situazione ripetitiva, e, per quanto ho bisogno di una sicurezza e un’organizzazione della mia vita al limite del disturbo ossessivo-compulsivo, non riesco a pensare di vivere una vita in cui non c’è ricambio di stimoli, la sola idea mi fa venire un’ansia terribile.
Con l’aumento del numero di caratteristiche differenti tra me e l’autismo, ho dovuto fare una riflessione su che cosa sapevo della mia situazione.
Una cosa che fino a quel momento non avevo considerato nel modo giusto era il fatto di avere un QI molto alto. Sapevo di averlo, ormai da quasi un decennio so di “essere intelligente”, ma credevo che fosse una cosa in più. Non è semplice da spiegare: non credevo, in breve, che potesse essere quello a darmi effettivi problemi.
Quindi ho fatto un lavoro incrociato, cercando problemi collegati all’intelligenza. Così mi sono imbattuta davvero nella plusdotazione.
Va da se il fatto che mi sono ritrovata comunque con un sacco di niente.
Anche per la plusdotazione negli adulti non c’era molto materiale su cui studiare, anzi ce n’era meno che sull’autismo, il che è tutto un dire.
Quindi ero di nuovo da capo: avevo un’ipotesi di diagnosi (fatta comunque in autonomia totale o quasi) di un disturbo di cui non si sa quasi niente.
La cosa mi ha fatta profondamente arrabbiare, ed è stata poi quella rabbia ad avermi fatto aprire questo blog.
Prime considerazioni tra autismo e plusdotazione.
Il mio obbiettivo iniziale era trovare persone come me, per cercare di capire come funzioni la plusdotazione.
Non credevo neanche un po’ che qualcuno mi avrebbe letta, men che meno seguita, figuriamoci poi se pensavo che qualcuno mi avrebbe scritto per parlarmi.
A me.
E invece, per qualche motivo, è successo davvero.
All’improvviso, dopo mesi di niente, molti di voi mi hanno segnalato studi e approfondimenti da poter fare per cercare di arrivare al bandolo della matassa, ed è così che mi sono ritrovata ad approfondire davvero tutti i sintomi della plusdotazione, tutta la vita di un plusdotato, la sua difficoltà a far capire le connessioni logiche che fa, quel momento in cui fa un pensiero che è logico ma non sa spiegare perché lo sia.
Le mie letture attive, attualmente sono “Living with intensity”, che tratta dei disturbi della plusdotazione partendo dalle teorie di Drabowski (le ho accennate qui), e “Troppo intelligenti per essere felici” in cui si pone la domanda che mi sono sempre fatta anche io, ovvero “Ma posso essere felice essendo molto intelligente?”.
Attraverso questi due testi, ho iniziato a dare finalmente una forma effettiva alla plusdotazione, alle sue caratteristiche, alle sue definizioni.
Ma tutto questo mi ha anche portato a riflettere sul fatto che plusdotazione e autismo non sono così distanti in alcuni frangenti.
Concludendo questa premessa, dunque, questo era solo un primo articolo riguardo all’argomento. Sarà un percorso lunghissimo, ovviamente non saranno articoli in serie, ma vediamo di trovare il bandolo di questa matassa.
Non vedo l’ora.







