Vivere con l’ansia quando sei plusdotato

Io sono il genere di persona per la quale anche fare un toast è fonte di incertezza e suspense.
Alice Basso

Ho scoperto di avere l’ansia nel lontano 1996, quando dovevo andare al compleanno di un’amica.

Non mi era particolarmente simpatica, anche perché da bambina ero, se possibile, molto più asociale di adesso (cosa comunque quasi impossibile); oltre a questo, avevo frequentato pochissimo l’asilo, a causa di problemi di salute, ed ero in difficoltà nelle situazioni sociali.

Non avevo legato con nessuno, non ero mai stata insieme a molti altri bambini a parte un paio di amichette, e questo mi faceva sentire profondamente in angoscia.
Non ci volevo andare.
Pregai mia madre, la implorai, ma la risposta era

«Devi fare amicizia con gli altri bambini»
e per questo non riuscii a smuoverla.

Eppure avevo talmente tanta ansia di partecipare a questa festa, di sbagliare qualcosa, di rendermi ridicola, di annoiarmi, che alla fine mi svegliai la mattina del compleanno con la febbre altissima.

 

Ammetto di non aver mai realizzato quanto fosse grossa la mia ansia, fino a quando, un paio di mesi fa (quando ho scritto l’ultimo articolo, suppergiù), non ho iniziato a star male.
Sono sempre stata male, nella mia vita, e non davo molto peso alla cosa, ma poi le emicranie, la nausea, la tosse, la debolezza e la stanchezza fisica erano tali che non potevo più ignorarle.
Ho deciso di fare una serie di esami per capire da dove provenisse il problema e contemporaneamente (dato che non riesco a fare una sola cosa per volta) ho deciso di fare il test WAIS .

Per chi non lo sapesse, il Wechsler Adult Intelligent Scale è un test che valuta il quoziente intellettivo di una persona in base a diverse prove.
Insieme ad esso, ho fatto anche il MSCEIT , per il quoziente emotivo.

 

A questo punto, dunque, intorno ad inizio dicembre, mi sono ritrovata a dover sostenere una quantità effettivamente ingente di esami, tra analisi fisiche e test cognitivi.
Avendo sempre scherzato sul mio stato di ansia, cercando di smorzare in qualche modo la paura che di solito provo di fronte a una situazione che non posso gestire, ammetto che forse avevo sottovalutato l’impatto che queste prove avrebbero potuto avere su di me.
Primo sintomo del fatto che l’ansia mi stava già corrodendo prima ancora di sapere le date dei test: ho avuto un devastante blocco dello scrittore.

Come ho ripetuto più volte in questo blog, il mio cervello ha bisogno di fare un sacco di cose insieme, di lavorare velocemente e incessantemente, eppure all’improvviso non volevo più fare niente.
Ho smesso di suonare il pianoforte, di cantare, di scrivere su questo blog, di leggere, di vedere film. L’unica cosa che riuscivo a fare era giocare alla playstation e poco più.
Anche se non volevo sentirli, ero sopraffatta da un sacco di pensieri.

 

Chi ha un disturbo dell’ansia lo sa bene: l’ansia è quella cosa che se ti devi tagliare l’unghia del mignolo inizi a pensare che facendolo potresti uccidere qualcuno lanciandogli per sbaglio l’unghia in un occhio e alla fine ti vengono le mani come quelle di una strega.
Ma non solo: per quanto irrazionali, le angosce che ti salgono quando ti prendono gli attacchi di panico sono logiche. Ed è questo che ti frega: sono così logiche che ti fanno male ovunque.

 

Sono stata per un mese e mezzo con la nausea, l’emicrania, pensando che le analisi del sangue potevano trovarmi chissà quale malattia o, ancora peggio, se non mi avessero trovato niente sarei passata da ipocondriaca e nessuno mi avrebbe più creduto ed evidentemente il problema era solo la mia testa, quindi ero una pazza.
In ogni casistica a cui pensavo, c’era qualcosa di negativo. Non c’era niente di positivo in quel percorso, e a un certo punto la domanda ovvia era

 

Allora perché lo fai?

 

L’ansia è bastarda: riesce a bloccare tutto quello che sei nel modo più subdolo che riesce a trovare. Diventa un pensiero serpentino che si infiltra nei meandri della tua testa e si ferma lì, piantando il seme del dubbio.
Mi sono costretta ad andare avanti per trovare una soluzione al malessere fisico, il quale però si acuiva, dato che avevo l’insonnia a causa del panico.

Nausea costante, emicrania, e in tutto questo sapevo di dover sostenere WAIS e MSCEIT: e se alla fine fosse venuto fuori che il mio qi non era così alto? Avrei aperto questo blog per niente, mi sarei innalzata a portavoce di qualcosa che realmente non mi apparteneva, e sarei stata, per questo, solo un’ipocrita.

 

Il fatto che sto scrivendo qui, oggi, vi dovrebbe far capire che in realtà i risultati sono arrivati e, nello specifico, ho ottenuto punteggi estremamente più alti di quanto mi sarei mai aspettata da me stessa, pure se falsati dall’emotività.

Similmente, ho fatto (e sto ancora facendo) le analisi di routine, e una buona parte dei miei problemi di salute erano risolvibili senza grandi drammi.
Ma, purtroppo per me, questa ansia è parte integrante della vita che vivo tutti i giorni.

Tendenzialmente, chi ha neurodiversità di qualsiasi genere è più soggetto ad avere ansia, stress, depressione, nervosismo.
I nostri cervelli lavorano in modi profondamente differenti da quelli normale, e queste sensazioni di disagio e malessere, di incapacità di vivere bene, di esprimere i nostri sentimenti, di rapportarci con la realtà, comprendendola davvero, di adattarci ad alcune situazioni, di sentirci sempre fuori posto, sono perenni.
Ci abituiamo a conviverci molto presto, fin da quando hai quattro anni e capisci che tu, ad una festa di compleanno con i tuoi coetanei, saresti sola.
Ma non sai spiegarlo, non riesci ad esprimerlo, ed è forse questa la cosa peggiore: sei prigioniera di te stessa, di una sofferenza che non sai mettere in parole nonostante tu abbia un qi e un qe che ti inseriscono nel 98 percentile della popolazione.
Tutto alla fine si riduce a una profonda ansia di esistere, di esserci. A una profonda paura che non sai spiegare.

 

«Una delle sfide del dolore, fisico o psichico, è che possiamo avvicinarlo solo attraverso una metafora. Non può essere rappresentato come un tavolo o un corpo. Per certi versi il dolore è il contrario del linguaggio. […] Voglio condividere con te una cosa scritta da Virginia Woolf. “L’inglese, che sa esprimere i pensieri di Amleto e la tragedia di Lear, non ha parole per il brivido e il mal di testa… Qualunque ragazzina quando s’innamora ha Shakespeare o Keats per dire quello che sente al suo posto; ma chiedi a uno che soffre di provare a descrivere il mal di testa a un medico e il linguaggio improvvisamente si prosciuga”. E siamo creature così fondate sul linguaggio che in una certa misura non riusciamo a conoscere ciò che non sappiamo nominare. E così supponiamo che non sia vero. Lo definiamo con termini onnicomprensivi come “pazzo” o “dolore cronico”, termini che insieme ostracizzazano e minimizzano. L’espressione “dolore cronico” non coglie nulla della sofferenza insostenibile, costante, incessante e ineludibile. E la parola “pazzo” ci arriva priva del carico di terrore e d’ansia con cui convivi. E nessuna di queste espressioni definisce il coraggio che le persone afflitte da tali dolori incarnano.»

 

Questa frase di John Green, in “Tartarughe all’infinito”, mi colpì all’epoca, e mi colpisce ancora di più adesso. Non mi sento coraggiosa per aver affrontato la mia ansia. Ancora oggi, dopo una vita in preda a questo sentimento di pressione sul petto di non essere abbastanza, di non valere a sufficienza, non lo so se ho mai davvero affrontato il problema.


Ma voglio credere, in una parte di me, che anche io, prima o poi, potrò essere coraggiosa e riuscire ad incanalare tutte le belle cose che in realtà la plusdotazione può darmi.