Il masking

Immagina di cercare di trovare qualcuno, magari stai tentando di trovare te stessa, però non hai i sensi, non hai modo di sapere dove sono le pareti, da che parte si va avanti o indietro, qual è l’acqua e qual è l’aria. Sei priva di sensi e di forma: è come se potessi descrivere quello che sei solo identificando quello che non sei, e galleggi dentro un corpo privo di controllo […] Sei prigioniera qui dentro, completamente sola, in questo buio. Questo fa paura. Questo.
John Green

Nel mio ultimo articolo ho accennato al fatto che un adulto plusdotato tende a mascherare, soprattutto se non è mai stato diagnosticato, in ogni momento della sua vita. Ma perché mascheriamo? E in che cosa consiste il masking?

 

Cosa significa masking.

In psicologia il masking è quel processo nel quale un individuo cambia o maschera la propria natura per conformarsi alle pressioni sociali, abusi o molestie (Fonte).

 

Il masking è un comportamento che adottiamo per difenderci, e questo indipendentemente dal nostro status mentale.
Nel caso della plusdotazione, sentendo profondamente questa sensazione di dissincronia, che non sappiamo spiegare, tendiamo a nascondere i sintomi della plusdotazione, cercando di amalgamarci a quello che vediamo intorno.


Io ho iniziato a farlo da molto piccola, quando a scuola alzavo sempre la mano per fare domande durante le lezioni e, sia le maestre, sia i miei compagni, mi ritenevano troppo pedante. Per me fare domande era normale, per tutti gli altri no. Spesso mi sentivo in difficoltà, combattuta tra il bisogno di conoscere e la voglia di nascondermi sotto terra perché ero in imbarazzo. Quindi ho smesso di domandare, perché così evitavo di sentirmi sbagliata per non essere come tutti.


Ecco, questo è il masking. La pressione sociale era tale che ho soffocato una parte di me per essere… normale.
Lentamente, questo modo di fare entra nel tuo essere comune, e inizi a farlo senza rendertene conto. Così facendo, a un certo punto non sai più vivere senza farlo.


Non mi ero mai accorta di mascherare. Dato che comunque mi sentivo sempre fuori posto, in ogni situazione, non mi ero mai domandata se cercassi di nascondere qualcosa di me. Spesso, anzi, mi veniva da pensare che potevo nascondermi di più. Non ero mai abbastanza silenziosa, pacata, elegante o normale. Avrei dovuto impegnarmi con maggior convinzione, questo pensavo.
In questo modo, sono cresciuta cercando di amalgamarmi, mascherando senza sosta per proteggere me stessa da quel giudizio che mi faceva così male, senza rendermi conto che, beh… così facendo in realtà spiccavo ancora di più.

 

I plusdotati fanno masking?

Secondo la mia esperienza, tutti i plusdotati mascherano, ma è provato che le donne mascherano di più. Questo è anche il motivo per il quale raramente veniamo riconosciute come plusdotate. Lo si può evincere anche dal fatto che sono conosciute molte meno donne con alto QI rispetto agli uomini.
Ho frequentato diverse IQ Society nella mia vita, e in queste ho imparato quanto segue: andando a studiare la distribuzione del QI, l’uomo tende ad avere mediamente un QI minore ma un picco maggiore e la donna, invece, mediamente un QI maggiore ma picchi minori.
Ora, detto questo, comunque, nel 2% della popolazione plus c’è ovviamente una percentuale femminile, che però tende a rimanere nascosta. Le donne si fanno diagnosticare meno, e questo è un dato di fatto.
La società con la donna è più dura: ancora nel 2020, dobbiamo essere miti e sottomesse.


Mi scuseranno gli uomini che mi leggono, chi mi conosce sa che non sono una femminista radicale, ma mi sono trovata spesso in situazioni fastidiose nelle quali il fatto di essere più performante dei miei colleghi uomini dava fastidio. Non perché fossi intelligente, ma perché fossi donna.
Ecco, questo fa la differenza nel masking. Come donna, per un bel pezzo, ho provato a soffocare quella voce che urlava dentro di me che io ero molto più brava e veloce degli altri. Meritavo gli stessi riconoscimenti, senza sentirmi ripetere che tanto io, prima o poi, avrei fatto la mamma, e quindi cosa mi impegnavo a fare per lavorare.
Questo, nel lavoro come nell’amore, dove mi sono trovata a sentirmi dire che, l’idea sola di essere io più intelligente del mio fidanzato dell’epoca, lo faceva sentire meno virile, e quindi non andava bene, dato che io dovevo fare solo la donna.
Ecco, questo aspetto aumenta sensibilmente il bisogno di mascherare delle donne, che si ritrovano a volersi far accettare socialmente e per farlo tendono ad uniformarsi.

 

Il problema nasce nell’istante in cui scopri di essere plusdotata e all’improvviso tutto è chiaro: il motivo di quella sensazione di dissincronia diventa improvvisamente cristallino e dici “Ah sì certo, ecco come mai ero così veloce e così diversa”.
Ma poi nasce quella domanda: se io ho sempre mascherato, se non sono mai stata davvero me stessa in tutto e per tutto, allora chi sono?
Dato che probabilmente non esiste una risposta, nasce una situazione abbastanza fastidiosa nella quale tu stessa sei totalmente distaccata da quello che succede, come se ti osservassi da un punto di vista esterno, nel cercare di capire chi sei e cosa sai davvero fare. Perché ovviamente non sai neanche questo, dato che non hai mai dato il via libera a tutta la tua energia creativa.
Inizi quindi un po’ a cercarti, ma non sai bene dove sei o cosa fai, per cui è peggio che vagare nel buio più totale. Questo significa togliersi la maschera e provare a fronteggiare il mondo.


Attualmente sto facendo una prova: ogni giorno, un po’ alla volta, sto cercando di togliere uno strato di questa maschera, come se mi stessi struccando dopo aver partecipato a una sfilata di carnevale. Ammetto che non è facile: mi sento esposta e vulnerabile, e fatico a comprendere come fare per capire al meglio la differenza tra masking e filtro. Quest’ultimo dovrebbe servirmi ad essere me stessa, senza esagerare, ma ammetto che ancora mi sono oscuri alcuni funzionamenti.

 

Spaventa essere sé stessi perché, al di là della paura, all’inizio provi solo un sacco di rabbia.
Ammetto che per un po’ la situazione mi è sfuggita di mano. L’unico pensiero che avevo in testa era che volevo che fossero gli altri, a questo punto, a modificare il proprio essere per stare con me, dopo che per una vita è successo il contrario. Ero infuriata per essere stata costretta a soffocarmi per farmi accettare da chi non mi capiva e provava comunque a convincermi ad essere come tutti. Ho desiderato ardentemente che tutto il 98% delle persone che non sono plusdotate si sentissero come me, sbagliate, incapaci, inutili, indietro e fuori fase.


Ma so che non è giusto neanche così, non è giusto sperare che altri provino quel che ho provato io, e che mi ha portato in più di un momento, nella mia vita, a cadere in una profonda depressione.
La cosa più difficile è accettare contemporaneamente due cose: la prima è che io non sarò mai come tutti gli altri, e questo mi peserà forse per tutta la vita; la seconda, è che non posso costringere gli altri ad essere come me, perché farei il loro stesso errore. Ridurrei il loro essere sé stessi al fatto che devono andare bene a me, a quel che conosco io e che so gestire, e questo è uno sbaglio che vedo fare da sempre e che non voglio fare a mia volta.
Solo perché qualcosa non ci assomiglia, non significa che sia sbagliata; solo perché qualcosa ci sembra distante, non significa che non possiamo comprenderla.