Pluscomunicazione

Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno il suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose che sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente, le assume col senso e il valore che hanno per sé, del mondo com’egli ha dentro? Cerchiamo d’intenderci; non ci intendiamo mai.
Luigi Pirandello

Le domande di un plusdotato

Ho imparato a parlare molto tempo prima di imparare a camminare. Fin da bambina, avevo un sacco di domande.

Perché il mondo funziona così? Perché ci sono giorno e notte? Come mai siamo maschi o femmine? Perché gli uccellini cinguettano?

 

L’unico aggettivo che riesco a darmi in modo oggettivo è: rompico… curiosa.

Sono sempre stata curiosa e per questo, quando ho imparato a leggere (molto presto), ho studiato voracemente qualsiasi cosa. Ci tenevo a far sapere a tutti quello che studiavo.

“Ho scoperto che nell’antico Egitto veneravano i gatti perché mangiavano i topi che portavano malattie ed esiste una Dea gatto che…”.

“Ma quanto parli?”.

Ecco, a questa domanda, mi bloccavo ogni volta. Mi blocco ancora ogni volta. Perché per me imparare quelle cose era fonte di felicità e lo è tutt’oggi.

Ho un bisogno quasi fisico di imparare e conoscere. Se non stimolo il mio cervello con concetti nuovi, con sfide nuove, entro in una specie di trance depressa in cui non riesco più a fare nulla. Per me la stasi è la morte cerebrale, lo stimolo mi serve come l’ossigeno per andare avanti.

Ma nessuno lo capiva mai. Io avevo mille e mille e mille domande, mille interessi, mille hobbies ma la risposta media era sempre “Ma quanto parli? Ma quante domande fai?”.

E poi dopo “Ma non pensi di essere troppo saccente e arrogante? Le persone non ti sopportano poi se fai così”.

Dentro di me pensavo che non volevo essere saccente, anzi avrei voluto che anche gli altri si appassionassero come me. E mi dispiaceva un sacco.

Cercare di inserirsi in un contesto sociale

Una delle difficoltà oggettive per un plusdotato è quella di riuscire ad inserirsi nei contesti sociali che si trova di fronte fin da bambino.

Nel mio caso, ad esempio, scuola erano frequenti i momenti in cui finivo velocemente i miei compiti e volevo parlare e parlare e parlare con le mie amichette, ma la maestra mi riprendeva perché “Sei troppo rumorosa, non va bene! Non vedi che disturbi gli altri parlando tanto?”. E così, col tempo ho imparato a mettermi in un angolo ogni volta che finivo troppo presto quello che dovevo fare.

Non è un modo di dire: con il banco mi distaccavo da tutti quanti e ho davanti agli occhi l’immagine di me, bambina di 7, 8, 9 anni che da sola mi metto in disparte, in classe, attendendo che qualcuno mi raggiungesse.

Il problema era che non capitava mai. Terminavo lunghissime giornate scolastiche in solitudine e poi tornavo a casa un po’ sconfortata.

Il problema di non riconoscere un bambino plusdotato, che magari ha problemi con l’attenzione e con la comprensione delle situazioni sociali, è che questa sensazione di disagio e distanza dai propri coetanei si acuisce con l’andare del tempo. Alla fine, il comportamento acquisito è quello di rimanere sempre lontani dagli altri, al fine di non disturbare e non essere disturbati.

Io stessa ad oggi, alla soglia dei trent’anni, tendo a rimanere sempre un po’ distante da amici e parenti, a causa delle esperienze vissute da bambina.

Quando ho l’impressione di disturbare gli altri, di dare fastidio perché sono troppo esplosiva, tendo a chiudermi in un angolo, aspettando.

 

Il comportamento più adottato in questi casi è quello di tentare di fare come i propri coetanei, studiandoli e applicare Ho provato per una vita a fare come tutti. Parla di una cosa alla volta, segui una passione per volta, concentrati su una cosa per volta. Ma non mi bastava.

Dentro di me, quando sentivo qualcuno parlare di un argomento di cui conoscevo molte cose, si svegliava un animale che voleva ruggire forte e gridare a tutti “Ma lo sai che…”. Ma la cosa migliore, mi dicevo, era tenere a bada quell’animale: sono troppo rumorosa, non si fa! Fai come tutti, parla come tutti, studia quel po’ che basta come tutti. Non puoi rispondere a “mi piace il caffè” con “sapevi che esiste un tipo di caffè che viene estratto dalla cacca delle civette delle palme comuni, e che anche se si chiamano civette sono in realtà viverridi che somigliano a zibetti?”!


Va da sé che sono diventata un tipo solitario, e questo è un comportamento estremamente diffuso tra i plusdotati.

Non significa che un plusdotato non abbia legami o non sia un essere umano sociale, anzi molto spesso è il contrario: nel mio caso, sono io a organizzare eventi, ritrovi, a chiamare questa o quella persona per sapere come sta e se vuole uscire. Ma devo ricordarmi sempre di… beh… non essere me. Perché quella me che ha mille domande e vuole parlare di mille cose non va bene.

O almeno così percepisci finché non prendi coscienza di chi sei, di come lavora il tuo cervello e di ciò di cui hai bisogno.

Imparare la giusta comunicazione per un plusdotato.

Dopo aver accettato di essere plusdotata ho scoperto che uno degli aspetti dei “bambini gifted” (ma poi, gifted di che? Che regalo è? Quindi un bambino artisticamente dotato non è gifted? Ma chi l’ha deciso che siamo gifted?) è proprio questa necessità di avere informazioni e tenersi sempre attivi. Le domande fanno parte integrante della loro “giftedness”. Ci nutriamo di risposte come respiriamo, vogliamo informazioni, vogliamo conoscenza, vogliamo sapere. Il nostro cervello non ci lascia spazio, non ci dà mai tregua, se una domanda ci perseguita dobbiamo darle risposta, altrimenti diventa l’inferno, diventa un’ossessione. E vogliamo parlare, farlo velocemente, con i nostri arzigogoli di ricordi e di parole.

 

Spesso i plusdotati faticano a raccontare le cose perché il cervello plusdotato macina una tale quantità di informazioni che è complicato riuscire a incanalarle tutte.

E quindi tu inizi a parlare di una cosa successa ieri partendo dall’epoca in cui eri uno spermatozoo. E la gente si annoia un sacco, per questo tu poi ti senti un peso.

Ho ricominciato, dopo tanti anni in cui ho provato a sigillare questo bisogno, a chiedermi perché. Perché le cose funzionano così? Perché le persone funzionano così?

Tento di lavorare per incanalare il mio bisogno di parlare delle mie passioni in un discorso che sia chiaro. Talvolta mi fermo e devo pensare per bene alle parole da dire, per poi dirle molto lentamente per non perdere il filo.

Non è facile affatto e se avete intorno qualcuno che sapete essere plusdotato non date per scontato che siccome lo è allora deve capire come parlarvi per non disturbarvi solo perché è intelligente. Probabilmente sta combattendo contro un bisogno forte di esplodere e dirvi tutto quello che ha sigillato nella sua testa. Aiutateci a far uscire quell’animale che ha bisogno di ruggire. Non trattateci come se fossimo fastidiosi o arroganti. Non vogliamo far notare che sappiamo le cose, vogliamo metterle in comunione, perché per noi sono importanti.

 

Sì, per me è importante sapere che esistono due tipi di bradipi, tridattili e bidattili. E voglio dirtelo perché mi fa felice. Tu, genitore, amico, professore, tutore, allenatore di un bambino plusdotato, prova a capirlo e ad aiutarmi. Io non aspetto altro.