Come ho già accennato, la plusdotazione, in quanto dissincronia, crea dei problemi. Con dissincronia si intende:
«una discrepanza evidente e significativa tra elevate capacità cognitive in uno o più ambiti e lo sviluppo emotivo-relazionale che può corrispondere all’età anagrafica o talvolta non essere adeguato all’età» (fonte AISTAP ).
I bambini gifted sembrano sempre molto più adulti di quanto non siano realmente. Siamo ottantenni nel corpo imberbe di un lattante. Siamo tutti dei Benjamin Buttons, però senza i miliardi di Brad Pitt (e per questo farò reclamo).
Come già sottolineato, la conoscenza delle conseguenze della plusdotazione sull’individuo è ad oggi molto limitata, per questo posso parlare solo per esperienza personale ed empirica, di quelli che secondo me sono i problemi che ti vengono dati come zainetto in cambio di un QI così alto. Una sorta di prezzo da pagare per un superpotere.
“Guarda, nascerai e sarai super intelligente e penserai velocemente, più del 98% delle persone normali”.
“Cavolo, grazie! Che figata!”.
“Però in cambio avrai ansia, panico sociale, depressione, talvolta potresti avere problemi nell’apprendimento, dislessia, discalculia, e in qualche caso avrai disturbi dello spettro autistico, bipolarismo, problemi con l’identità personale!”.
“…ok…”
Io, da sempre, soffro di ansia.
Sono sempre buffi quei momenti in cui tu vai in ansia e le persone intorno a te se ne rendono conto e ti dicono “Dovresti smettere di essere così ansiosa”. Grazie. Ora sto meglio.
Non avevo mai capito da cosa venisse questa sensazione totalmente irragionevole. Succede che un pensiero innocuo improvvisamente diventa enorme. Sto pensando alle margherite e un secondo dopo, per uno stream of consciousness che più che stream è waterfall, una margherita è diventata una bestia gigante che non può essere sconfitta. In confronto, Flowey di “Undertale” è un cucciolo innocuo, insomma.
L’ansia è, per l’appunto, uno dei tratti caratteristici del plusdotato medio. Questo perché i pensieri non si fermano mai. Io ho avuto periodi nella mia vita in cui, e non sto scherzando, durante la notte mentre dormivo riflettevo su cose che avrei dovuto fare il giorno dopo. Nel periodo in cui frequentavo l’Università, mi ricordavo ciò che avevo studiato durante il giorno, e questo perenne pensiero, questo perenne bisogno di utilizzare il cervello, crea ansia nell’istante in cui si ha un momento di “pausa”.
L’idea che mi sono fatta è che sia la stasi a mandarci nel panico. Meno ci muoviamo, meno pensiamo, meno facciamo, più il nostro cervello prova a muoversi da solo, intrappolandoci in questa spirale abissale di pensieri.
Ma non è l’unico tratto.
Un’altra cosa che ci distingue è il panico sociale.
Personalmente, quando mi ritrovo in un contesto sociale che non percepisco come familiare, come conosciuto, ho sempre un sacco di ansia (e quando mai…).
Mi sento tesa e ho ansia. Non riesco a comprendere totalmente bene gli input che le persone mi danno, molto spesso io non comprendo quali siano i loro pensieri e perennemente penso di star sbagliando qualcosa. C’è questa sensazione di non afferrare qualcosa che tutti sanno, come se a me non avessero dato le istruzioni “Come essere una persona normale: consigli d’uso e trucchi del mestiere”.
Talvolta, in situazioni sociali affollate, questo panico si traduce in sovraccarico sensoriale, portandomi ad attacchi di panico che, nel migliore dei casi, devo farmi passare in un bagno da qualche parte, da sola, nel minor tempo possibile.
Anche gli attacchi di panico sono un tratto condiviso dei plusdotati.
Infine, tutto questo spesso porta a una depressione più o meno latente, che i più fortunati riescono ad arginare mentendo molto bene.
Questa perenne dissincronia non fa altro che allontanarci da quella che è la realtà altrui, ponendoci quindi in quella condizione di lontananza con la vita sociale. Nessun uomo è un’isola, per questo soffriamo moltissimo questa situazione e, se alla fine rimaniamo soli, la depressione diventa la nostra migliore amica.
Rapportarsi ad una persona con un’intelligenza molto alta non è facile. I disturbi di cui ho parlato fin qui sono i più “lievi”, e da sopportare non sono facili. Per noi non si tratta mai del “cosa” (chiunque soffre di ansia, depressione, panico, ecc…) ma del “quanto”: tutto è troppo. Ognuna di queste sensazioni talvolta invalidanti sono ampliate, come un’eco che non si ferma mai.
Per questo non diteci “Sei intelligente, perché non smetti di avere ansia?”. Semmai diteci “Vuoi parlare del perché hai l’ansia? Sono qui, ti ascolto”.






