Vi racconto cosa significa vivere con l’ansia

Le statistiche sanitarie dicono che un una persona su quattro soffre di qualche disturbo mentale. Pensa ai tuoi tre migliori amici, se loro sono a posto, quella persona sei tu.

Rita Mae Brown

Ok, togliamoci qualche sassolino dalla scarpa: ultimamente ho parlato moltissimo di ansia, soprattutto su Facebook e su Instagram. Ne ho parlato perché negli ultimi mesi, diciamo più o meno da settembre, ho avuto una bruttissima crisi d’ansia e qualsiasi piccolissimo passo io facessi mi provocava un mal di stomaco impronunciabile. In qualche giorno era difficile pure alzarmi dal letto. So che il mio blog parla prevalentemente di plusdotazione, mi chiamo “Diario di una plusdotata”, non “Diario di una che si lamenta che ha l’ansia”, e lo so, ma questo non esclude due cose: la prima che io possa parlare anche di argomenti contigenti, la seconda che insomma, il blog è mio e volendo domani potrei rinominarlo “Casa della lamentela 2022”.

Posto questo, una volta per tutte, lo giuro, chiudo col discorso e vi racconto cosa significa vivere con l’ansia. Ancora meglio, vi racconto cosa significa vivere con un disturbo d’ansia generalizzato.

Il disturbo d’ansia generalizzato

Il disturbo d’ansia generalizzato, o gad (general anxiety disorder) è uno dei disturbi che possiamo trovare all’interno del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. La definizione è la seguente:

 

Il disturbo d’ansia generalizzata è caratterizzato da ansia e preoccupazione eccessive per un certo numero di attività o eventi che sono presenti più giorni ma non per più di 6 mesi. La causa è sconosciuta.

 

Potete approfondire qui.

 

Insomma, cosa significa nel concreto: significa che tu ti stai facendo i cavoli tuoi, magari stai cucinando, ti stai facendo la doccia, stai dormendo, e l’ansia ti assale, così dal niente.

Ok, no, questo minimizza un po’ il problema. In realtà, per quanto le cause siano appunto sconosciute, mediamente le crisi d’ansia che la gad porta sono collegate a periodi particolari della vita. Magari periodi stancanti, stressanti, particolarmente emotivi, sensibili.

Il 3% della popolazione ne soffre entro il primo anno di vita, di questi c’è un numero due volte più alto di donne rispetto agli uomini (quando mai).

 

Ora, perché ne parlo in un blog che tratta la plusdotazione?
Posto che non è la prima volta che provo a spiegare questo tipo di sensazione, il punto è che i soggetti neurodiversi sono molto più tendenti a soffrire di disturbi legati ad ansia e panico (soprattutto sociale) poiché la loro neurodivergenza in primis li rende asincroni rispetto al mondo.
Come un orologio in battere quando il mondo è in levare, questo crea un senso di disorientamento che si traduce in ansia.
Non ho trovato articoli con percentuali specifiche di legame tra plusdotazione e ansia, ma ogni singolo libro e articolo che ho letto lega profondamente le due cose e, anzi, ci sono corsi per genitori (almeno in America, pare) per insegnare loro come trattare con i propri figli ansiosi.

Questo non vuol dire che TUTTI i plusdotati siano ansiosi, ma ci tengo anche a ricordare che la plusdotazione non è solo quoziente intellettivo, ma anche emotivo, ed è questo che ci frega e ci fa credere di essere inutili e stupidi.

Vivere con l’ansia

Vivere in una situazione di ansia prolungata così non è quello che tutti si aspettano.
Molti credono che avere l’ansia significhi balbettii, tremori, sudorazione. Insomma, che l’ansia abbia evidenti manifestazioni fisiche. Ma non per tutti è così.
L’ansia ha sì manifestazioni fisiche ma possono essere non evidenti.

A me inizia a salire il mal di pancia, seguito dal mal di testa; poi mi si secca la gola e mi si irrigidiscono spalle e collo. Se una persona non è attenta, può benissimo non accorgersi che sto avendo un attacco d’ansia, quindi per me è semplice nasconderlo.
Sono bravissima, come la maggior parte delle donne plusdotate, a mascherare i miei sintomi.

 

Probabilmente, in realtà è questo che peggiora i sintomi.
Questa è una mia ipotesi personale, ma ho notato che meno ne parlo, quando sto male, peggio sto. Il masking, invece di aiutarmi, aumenta la tensione che già sento dentro le mie ossa, nei miei muscoli, nel mio cervello. Un senso di pericolo continuo, come se dietro l’angolo ci fosse chissà quale incredibile mostro pronto a saltarmi al collo in ogni istante.
E non passa mai.


Mi costringo a continuare la mia vita come se niente fosse, incaponendomi nel fare le cose che farei normalmente, spingendomi a uscire, parlare con gli amici, sorridere, ridere, lavorare, concentrarmi, ma in una parte del mio cervello sono sfinita. Arrivo a fine giornata con l’1% di batteria rimasta eppure di notte non dormo perché i miei pensieri non mi danno pace.

 

Ragazzi, credo di non aver ancora mai usato una parolaccia in questo blog, ma non trovo alternative: vivere così è una merda.

Quelle poche persone con cui condividi il fatto di stare così fanno la stessa domanda, sempre: “Ma perché hai l’ansia? Non ne hai motivo”. E tu vorresti rispondere “LO SO”, ma invece stai zitto e non riesci a dire che non c’è un reale motivo per cui stai così, la vita stessa ti devasta e qualche volta, anche se fa male ammetterlo, quasi speri di non svegliarti più.
Ma ti vergogni a spiegarlo.

 

In parte ti senti come se tu fossi un malato immaginario, un impostore che non si merita di stare così.
Nel mio caso, ad esempio, almeno da fuori non è che ci sia molto di cui lamentarmi: ho un buon lavoro, un fidanzato che mi ama, vivo una vita molto piacevole e soddisfacente. E questo peggiora tutto.

 

Che diritto ho io di stare male e avere l’ansia?

 

Questi pensieri intrusivi sono il carburante delle crisi d’ansia, che si basano sull’assunto che non meriti niente di quello che hai nella vita, che ti ricordano che domani rimarrai solo perché sei un essere umano inutile e senza di te gli altri vivrebbero meglio.
Lentamente, l’ansia ti rinchiude in una bolla dove sei solo, completamente. Sei invischiato in questo liquido nero che ti toglie il respiro e che ti perseguita anche di notte, quando non ti addormenti ma cadi semplicemente in un oblio nero che fa sparire tutto ma non è un sonno, è solo una sospensione senza sentimenti ed emozioni.

Combattere l’ansia

Il trattamento ufficiale di chi soffre di questo tipo di crisi passa prevalentemente dagli ansiolitici. Il che può essere un’idea.
Personalmente ho accarezzato l’ipotesi di “cedere” e aggrapparmi finalmente a qualche trattamento medico più di una volta, ma poi mi ritiro, terrorizzata.

Mi spaventa il fatto di diventare dipendente dai medicinali, mi spaventa il fatto di perdere la mia lucidità la mia capacità di pensiero e di riflessione. Non voglio combattere l’ansia cancellando contemporaneamente una parte di me.


Ho fatto (e saltuariamente faccio ancora) molta terapia e la mia terapeuta mi ha insegnato qualche trucco per fregare il mio cervello, ma talvolta non basta.
Ed è qui che si è infilato il mio blog, la mia pagina Facebook e tutti i canali in cui io sono.

Non credevo che fosse possibile, ma vi giuro, vi giuro che poter fare un post e dire “HO L’ANSIA AIUTO” e vedere così tante persone che avevano voglia di raccontarmi le proprie esperienze, il proprio modo di combattere questo tipo di crisi, le proprie lotte, la propria solitudine, mi ha aiutata molto più di quanto pensassi.


Perché come ho già detto il problema peggiore di soffrire di gad è il senso di solitudine e alienazione che ti stringe il cuore e lo stomaco in una morsa che ti toglie il fiato.
Sei solo, di fronte a uno specchio, solo tu e la tua ansia, che ti guarda da un’immagine sfocata che talvolta non riconosci. Ma quando ne parli apertamente ti accorgi che non è: che non sei solo.
E un pochino alla volta, lentamente, quel peso si solleva un po’, diventando sempre più sopportabile.

 

Considero la terapia sicuramente un passo che tutti coloro che soffrono di ansia dovrebbero fare, anche perché per una diagnosi reale di gad serve un professionista, ma se non possono (considerati i costi della psicoterapia) allora la cosa migliore è trovare qualcuno con cui parlare, a cui dire tutto. Aprite la bocca e se volete piangete, disperatevi, ma ditegli che state male. Va bene anche se è uno sconosciuto, un amico, un cane, comunque un solo essere vivente a cui dirlo.
Capisco che sia difficile perché si demonizza ancora troppo chi ha l’ansia, trattandolo come un malato immaginario, quindi la paura di esser presi per una persona che esagera solo per avere i fari su di sé la comprendo.

Ma non siete soli, ragazzi.
Non siamo soli.