La pazienza e la plusdotazione: due mondi paralleli

Ciò che più mi fa perdere la pazienza è l’esortazione a mantenerla.
Roberto Gervaso

Qualche giorno fa su Facebook ho chiesto di che cosa avreste voluto che parlassi in un prossimo articolo. Nel mezzo alle migliaia di consigli, mi avete scritto in moltissimi dicendomi “Plusdotata, parla della pazienza per i plusdotati e della nostra concezione differente del tempo”, “Plusdotata, io non sono paziente, tu sì? Puoi approfondire il rapporto pazienza e plusdotazione?”.
Chi sono mai io per non accontentarvi? Quindi eccoci qua.
Plusdotazione e pazienza.
Una relazione di odio abissale e radicato dentro come quella tra Montecchi e Capuleti.
Ma per quale motivo i plusdotati non sono pazienti? Si può imparare la pazienza? E se sì, come?

Plusdotazione e velocità

Per quanto sia pensiero comune che sia l’intelligenza ad essere la caratteristica primaria della plusdotazione, in realtà è la velocità a definire la plusdotazione. Una velocità mentale, di pensiero, di crescita, ed è poi la velocità che ci permette di imparare prima di tutti e, quindi, iper performare.
I plusdotati hanno quindi un cervello velocissimo che gli permette di avere le capacità di un adulto anche quando sono bambini. Per questo motivo il nostro concetto stesso di “tempo” risulta differente dai neurotipici: non si tratta del tempo che scorre, ma di quello che sentiamo scorrere dentro.
Non è molto semplice da spiegare, ma è come se il nostro tempo “interiore” scorresse su un livello differente da quello esteriore. In mezz’ora potremmo imparare cose che altri imparano in otto ore, viceversa potremmo percepire come infinito un evento o una discussione di pochi minuti perché ci annoiamo altrettanto velocemente.

Questo stesso è il riassunto del concetto di “asincronia” di cui ho parlato nei primi articoli di questo blog.
Il problema però è che ti ritrovi a vivere in un mondo che non va alla stessa velocità che vorresti tenere tu.
Diventi impaziente fin da quando sei bambino. La scuola ti annoia, perché i programmi scolastici sono troppo lenti e i tuoi compagni non riescono a starti dietro, per cui ti ritrovi a passare le giornate in classe a non fare nulla. E ti arrabbi.

Ma quando lo dici cosa ti rispondono sempre tutti?

 

«Devi avere pazienza, sii più calmo»

 

Siamo sempre noi a non andare bene in quanto troppo veloci, il punto è che nessuno di noi sa come gestire questa velocità. Internamente, però, siamo sempre impazienti.
Dover tarare la nostra velocità su quella altrui è frustrante a livelli indescrivibili.
Quando sei a scuola, devi essere al passo con tutti perché altrimenti sei troppo arrogante, oppure non Comprendi l’importanza di rispettare i tempi degli altri quando sei a lavoro, pure.
Mi è capitato spesso di sentirmi accusare di voler far vedere quanto sono più brava degli altri solo perché avevo concluso questa o quella task in meno tempo di tutti quanti, e questo mi feriva profondamente. Non volevo essere l’arrogante di turno, quindi ho smesso di fare le cose per la paura del giudizio.

Non si può imparare la pazienza?

Se potessi essere capace di imparare a rispettare il tempo di ogni cosa, dal piccolo seme che nasce e cresce alla torta nel forno che ha bisogno di ore per essere pronta.

Sinceramente, non ci sono mai riuscita.
Non dico che non si possa imparare a capire razionalmente che alcune cose hanno bisogno del proprio tempo per esser pronte: una persona che impara, una pianta che cresce, un bambino che si sviluppa. Ma appunto, lo impari razionalmente, artificialmente.
La realtà è che il plusdotato è impaziente di natura e tutto sommato va bene così. Per quanto si sforzi di rispettare gli altri, sarà sempre difficile per lui rallentarsi e mettersi su un piano temporale uguale a quello del 98% delle persone.


Credo che la domanda di base sia sbagliata. Io personalmente non vedo niente di male nell’esistenza di persone più veloci in una cosa e persone più lente in un’altra.
Ma quello che non capisco è come mai io, che sono veloce, devo rispettare gli altri ma per gli altri è difficile rispettare me. In quest’ottica, la scuola è la prima colpevole di instillare il pensiero per il quale se tu sei veloce, o più intelligente, allora vuoi prevalere. Devi cambiare tu il tuo modo di fare, perché evidentemente è sbagliato.
La domanda che ho quindi iniziato a pormi è: per quale motivo considerarmi sbagliata io? O considerare sbagliati gli altri?
Per quale motivo, se qualcuno è differente, in un senso e in un altro, allora si deve modificare per essere come tutti?
Non ha senso imparare artificialmente una caratteristica che non ci appartiene, se lo facciamo solo per sentirci meno inadeguati in alcuni contesti. Dovremmo volerlo fare perché ci fa piacere, e non perché alternativamente veniamo esclusi o abbiamo l’ansia, questo non è giusto.

 

Ovvio che alcune cose, con il tempo, impariamo a capirle e quindi rispettarle: se una torta si cuoce a 100° per mezz’ora, non posso metterla a 200° per 15 minuti, perché si brucia. Un amico che fatica ad imparare una poesia a memoria possiamo aiutarlo, ma non forzarlo ad andare alla nostra velocità.
Ma contemporaneamente possiamo imparare ad usare la nostra velocità per ottimizzare i tempi, così che l’impazienza diventi un punto di forza e non più un punto di debolezza, facendo magari più cose contemporaneamente così che i tempi morti che ci annoiano non ci siano, che ci divertiamo mentre contemporaneamente lasciamo alle cose il proprio tempo di sviluppo. Un insegnante potrebbe “usare” i bambini plusdotati per farsi aiutare ad insegnare ai propri compagni, insegnandogli contemporaneamente l’importanza di aiutare chi è in difficoltà ma anche che il suo essere “diverso” non è un peso o un problema per nessuno.
Non ho mai trovato i due concetti incompatibili, anzi secondo me se imparassimo di più a vedere come poter usare le caratteristiche di ognuno per costruire, invece che cercare di standardizzare tutti su uno stesso piano che, spoiler, non esiste.

 

E comunque, dentro di sé, il plusdotato continuerà a chiedersi se non ci sia il modo di far formare un bambino in meno di nove mesi perché nove mesi di gravidanza sono troppo lunghi da aspettare.