Non lo dico per dire se affermo che questa è la quinta volta che riscrivo questo articolo.
Credevo che la parte più difficile di parlare di cosa significano per noi plusdotati le relazioni fosse passato quando ho raccontato della solitudine provata con amici e partner.
Ma non è così.
Scrivendo e cancellando questo ultimo (forse) articolo sulle relazioni dei plusdotati, mi sono accorta che il legame più difficile da spiegare per me è quello con i genitori.
Penso che più o meno tutti abbiamo qualche problema parentale che non abbiamo mai superato. Credo che sia fisiologico ritrovarsi adulti e domandarsi il perché di questo o quell’atteggiamento da parte dei nostri genitori.
Quindi perché per un plusdotato dovrebbe essere differente?
Plusdotati e genitori.
Quando ho parlato dei bambini plusdotati e delle loro difficoltà nel relazionarsi con i propri coetanei, ho solo lievemente sfiorato la questione familiare. Sei un bambino, hai la maturità di un adulto, e i tuoi genitori si ritrovano in casa un piccolo bignami di domande che lo bombarda di richieste.
Perché il mondo funziona così? Che cos’è la democrazia? Come mai si muore? Cosa significa la vita?
Il primo pensiero di un genitore (ma forse anche il mio, se mi trovassi nella stessa situazione) probabilmente è
«Perché non vai a giocare con gli altri bambini? Dai amore, esci, vedi il mondo, magari torna quando hai trent’anni e un lavoro e non mi fai questionare sulle mie scelte di vita la mattina alle 7:30»
Ok, magari così è esagerato, ma insomma avete capito.
Decidi di diventare genitore e di far nascere un bambino, ti immagini già la vita passata ad insegnargli passo dopo passo a vivere, e invece hai in casa la versione mignon di Sherlock Holmes che ti fa presente ogni singolo errore.
Perché state tranquilli: all’occhio di un bambino plusdotato non sfugge nulla.
Quando cresci come un bambino plusdotato ti rendi conto velocemente degli sbagli dei tuoi genitori. A quattro anni potresti avere la maturità di un adolescente, ma senza sbalzi ormonali. Per te, l’adulto non è mai davvero un supereroe che non sbaglia mai, anzi vedi perfettamente la sua fallacia e questo ti fa pensare “Ok, allora quando ho un problema me la cavo da sola”.
Penso che ogni genitore di bambino plusdotato comprenda che il proprio figlio sia differente. Attualmente molte persone che mi scrivono sulla pagina Facebook, o su Instagram, sono genitori che mi raccontano la vita quotidiana con i propri bambini plus, e ne sono molto felice. Questo loro volersi acculturare riguardo alla neurodiversità dei propri figli significa che ci tengono e, soprattutto, che comunque, per quanto siano poche, ci sono informazioni, sul web, che permettano loro di comprendere i bambini, riconoscerne la plusdotazione e quindi aiutarli e sostenerli in quello che sarà uno sviluppo difficile e molto spesso complicato.
Ma, appunto, questo adesso, nel 2021.
Io sono una bambina degli anni Novanta. Ai miei tempi le informazioni riguardo alle neurodiversità erano veramente minime. All’epoca era ancora molto diffuso il pensiero per cui autismo significava Dustin Hoffman in “L’uomo della pioggia”, insomma. Non si conoscevano le differenze tra i tipi di autismo, di neurodivergenza, il concetto di plusdotazione o quello di ipersensibilità. Se eri un bambino intelligente significava solo che andavi bene a scuola, o che avevi una buona memoria.
Questo è anche uno dei motivi per i quali chi è adulto plusdotato oggi si ritrova ad imparare solo adesso cosa significhi essere se stesso.
Quando ero piccola, i miei genitori si ritrovarono in casa una bambina che invece di uscire a giocare preferiva stare in casa e fare il cosplay di un’enciclopedia umana. A sei anni mi ero specializzata nelle mitologie mondiali, a otto nel concetto di democrazia, a quattro mi portavo all’asilo i miei primi libriccini che leggevo da sola, e ci tenevo anche un sacco a far sapere a tutti ciò che studiavo.
Per quanto riconoscessero la mia intelligenza superiore alla norma, però, non venne loro in mente di farmi fare dei test, o parlare con le maestre riguardo alla mia diversità e ad essere onesta, anche se l’avessero fatto non so se le mie insegnanti avrebbero avuto i mezzi per aiutarli.
Come non c’era informazione per i genitori, non ce n’era per il corpo docenti.
Per questo sì, ero un po’ diversa, ma non importava: potevo comunque integrarmi, impegnandomi ad essere più mite, più simile agli altri.
Per i bambini che sono nati prima degli anni duemila, quando poi molti studi riguardo al concetto di quoziente intellettivo ed emotivo sono stati perfezionati, migliorati e divulgati, sentirsi dire di “fare come tutti” “essere come tutti” era normale.
Io me lo sono sentito ripetere per una vita.
Quindi già in famiglia ti accorgi, fin da cucciolo, di non saperti spiegare. Non comprendi come mai tu ti senta differente, ma capisci di esserlo; similmente i tuoi genitori si rendono conto che sei differente, ma non comprendono perché. Quindi si crea un rapporto dove tutti camminano sulle uova: tu a rapportarti con loro e loro a rapportarsi con te.
Perché comunque, almeno nella maggior parte dei casi, i tuoi genitori ti vogliono bene. Vorrebbero che tu fossi felice, quindi ti danno il consiglio migliore che conoscono: hai provato a non pensarci?
Vi dico la verità, quando ho scoperto di essere plusdotata, e tutti i problemi correlati a questo concetto, mi sono molto arrabbiata con i miei genitori.
Non capivo come mai non lo avessero compreso quando ero bambina, perché non mi avessero aiutata, sostenuta, instradata.
Lentamente mi sono messa a studiare e ho visto come ancora oggi, che sono passati quasi trent’anni da quando ero piccola io, non ci sia informazione. Molto spesso genitori e insegnanti sono in alto mare a gestire i bambini. Mi sono resa conto che per chi, come me, oggi è un adulto, forse al tempo non esistevano proprio i mezzi per comprenderci. Ce li hanno dati dopo, quando ormai tutte le insicurezze e il sentimento di non appartenenza, di solitudine, aveva pervaso la nostra vita, lasciandoci arrabbiati col mondo e chiusi dietro un muro.
Mi sono accorta di come, negli anni della mia infanzia, e poi adolescenza, fossi stata io la prima a chiudere gli altri fuori quando non mi capivano, genitori compresi. E ho fatto la cosa che so fare meglio, quella per cui ho anche studiato: ho comunicato con loro. Gli ho raccontato cosa significa davvero vivere con la plusdotazione, che non si tratta solo di andare bene a scuola, o avere una buona memoria, ma soffrire fin da bambini di panico e ansia, di depressione, di ipersensibilità.
Gli ho spiegato cosa vuol dire essere me, e loro sono stati felici, comunque, di vedere che per me le cose stanno andando meglio.
Non solo: parlargli di questo ha permesso loro di consigliare alcuni amici con bambini “intelligenti”, e questi amici mi hanno scritto per saperne di più e capire se i loro figli sono plusdotati.
Plusdotazione e relazioni: qualche conclusione.
Alla fine di questo ciclo di tre articoli (più uno) sulle relazioni tra i plusdotati e il mondo mi piacerebbe tirare un po’ le somme.
La realtà di un plusdotato medio è prevalentemente solitaria. A scuola, in famiglia, al lavoro, nelle relazioni, siamo sempre più o meno soli, chiusi in un cervello che non collabora.
Ciò che davvero non sappiamo fare è comunicare agli altri il nostro disagio, parlare dei nostri bisogni e condividerle. Abbiamo terrore del giudizio, di essere chiamati “petulanti” da una madre o un padre, di essere presi in giro dai compagni, di essere lasciati perché siamo troppo intelligenti. Per questo siamo i primi che si sigillano dietro a un enorme muro di silenzio, dietro il quale siamo soli, sì, ma anche al sicuro. Nessuno può farci male se non gliene diamo l’occasione.
La realtà è che invece il modo migliore per sollevarsi un po’ da questa oppressione è parlarne tantissimo, con chiunque. Dagli amici, neurotipici e non, alle famiglie. Spiegare chi siamo, cosa significa, invitarli a chiederci più cose. Qualcuno non vorrà imparare, fa parte del gioco, ma molti altri forse aspettano solo questo: solo una porta da socchiudere, in quel muro che abbiamo costruito.
Si tratta di un percorso di guarigione lungo, molto spesso doloroso, ma piano piano, giorno dopo giorno, vivere come plusdotati sarà anche per noi più leggero e divertente e non soffriremo più così tanto come abbiamo fatto fin qui.







