I plusdotati e le relazioni: storie d’amore

Tu sarai amato il giorno in cui potrai mostrare la tua debolezza, senza che l’altro se ne serva per affermare la sua forza.
Cesare Pavese

Siamo arrivati (qui il primo articolo) ad avere quattordici anni e per la prima volta ci innamoriamo.


Nell’amore il soggetto plusdotato si trova in profonda difficoltà: se già con l’amicizia costruire un rapporto è complicato, nell’amore ci ritroviamo a dover fare una scelta profonda. Quella di fidarci o no della persona che abbiamo a fianco e di cui ci siamo innamorati.


Ora, voi avete quattordici anni, e avete imparato da piccolissimi che il mondo non vi comprende. Che potete provare a parlare e a confrontarvi, ma nessuno mai realmente vi capisce.
Inserite in questo calderone di confusione e solitudine anche il fatto che siete, come tutti, in una tempesta ormonale che acuisce la sensazione di essere un errore. Desiderate essere accettati ma una parte di voi rifugge l’idea di mascherarvi del tutto.


Avete paura. Realizzate che innamorarvi di qualcuno e condividere con quel qualcuno ciò che siete potrebbe portarvi ad essere feriti e non lo volete.
Quindi vi aprite, sì, ma con moltissima cautela e con un allarme che vi risuona in testa e vi fa rimanere sempre all’erta, pronti a chiudere tutti e tutto fuori appena sentite il minimo accenno di dolore.

 

Personalmente non ho avuto tante storie, nella mia vita. Ho passato buona parte dell’adolescenza a cercare di capire come fare per sopravvivere al liceo, in un momento in cui mi sentivo terribilmente depressa.
All’epoca non me ne rendevo conto, ma avevo già iniziato a centellinare l’affetto che mostravo agli altri. Aver passato l’infanzia prevalentemente da sola mi aveva portata a non fidarmi mai. Quelle poche volte in cui avevo provato a spiegarmi avevo trovato di fronte muri e porte chiuse, per cui pensavo non ne valesse la pena. A che pro fidarsi di qualcuno, se poi lui ti ferisce?

 

So di essere estrema, e vi tranquillizzo dicendovi che non per tutti i plusdotati è così, anche se mediamente fatichiamo a fidarci all’inizio.
Inoltre, per me c’era un’aggravante terribile: io sono una donna.


Ora, piccolo disclaimer: non ce l’ho con gli uomini per quello che sto per dire e ci tengo che sia chiaro che non considero gli uomini tutti un’unica massa di imbecilli. Mi sono fatta l’idea di aver semplicemente avuto sfortuna nelle mie relazioni.
Inoltre, ci tengo a sottolineare che nemmeno per un uomo plusdotato è facile avere una relazione. Il concetto di fidarsi dell’altro non ha sesso, quindi il mio prossimo discorso non significa che per un uomo non sia difficile, anzi.
Però il problema è che nelle relazioni in cui uno solo dei due componenti della coppia è plusdotato, se quel qualcuno è l’uomo va bene. Per la società, il fatto che tu sia più performante e più intelligente va bene. Sei l’uomo, è giusto che tu stia in prima linea.


Ma se parliamo invece di una plusdotata donna? Cosa succede allora?
Ve lo dico io. Ci sono due macrodisegni che possono delinearsi a quel punto.


Nel primo scenario, la tua plusdotazione è manifesta. Per me, nella prima relazione, fu così: era palese che fossi molto più avanti dei miei coetanei e ovviamente questo si vedeva nel rapporto con il mio ragazzo dell’epoca.
Dal fuori, si sprecavano le prese in giro e questo per lui era un problema. Posso capirlo, in realtà: non mi ha mai fatto pesare il fatto di essere me stessa, ma quella situazione lo adombrava troppo perché fosse tollerabile. Così come per me era difficile essere quella diversa, per lui era difficile “non essere all’altezza”.

All’altezza di cosa? Non l’ho mai davvero capito.
Non è durata molto.


Il secondo scenario è più soffocante, ma per quella che è la mia esperienza diretta temo sia anche quello più diffuso: quando lui si sente così tanto minacciato dalla tua plusdotazione che cerca di limitarla, mostrando quanto più bravo di te sia in tutto.
A quel punto, da donna plusdotata fai una scelta: rimanere da sola, definendo però il fatto che tu sei più intelligente e questo va benissimo, e nessuno può e deve dirti il contrario; ingoiare il groppo che nasce nella tua gola appena ti rendi conto che il fatto che sei più intelligente degli altri non va bene.
Tu devi conoscere il tuo posto: nell’amicizia come nelle relazioni, questo fatto di essere diversa non va bene.
Mina la sicurezza altrui: le persone non si sentono alla tua altezza e quindi ti scansano.
Oppure mette gli altri in difficoltà: se nella coppia sei “migliore” (concetto comunque discutibile), il tuo uomo sarà giudicato e questo non va bene. Tu non devi e non puoi minare il suo ruolo.

 

Lo so che questo discorso può sembrare estremo, ma mi sono trovata più di una volta nella condizione di sentirmi dire che dovevo solo stare al mio posto. Che non dovevo essere troppo: troppo veloce, troppo intelligente, troppo diversa. Quel “troppo” era un problema per il mio partner.
Anche per molte donne che conosco è così, e alla fine facciamo tutte quello che ci riesce meglio: mascheriamo.
Costruiamo col masking una persona che può andar bene in ogni contesto e non disturberà gli altri. Non vogliamo fare rumore, non vogliamo essere un peso, e quindi va bene anche limitarci.

 

Le relazione d’amore, per un plusdotato, sono complesse.
L’impatto emotivo e quello sociale sono due aspetti difficili da gestire, che ti fanno mettere in dubbio qualsiasi cosa.
Se sei un uomo plusodtato, puoi sentirti sempre il peso del mondo sulle spalle, sapendo che da te la società si aspetta qualcosa che tu, forse, neanche sai dare. Ti ritrovi a desiderare, più o meno inconsciamente, qualcuno che riesca a sollevarti un po’ da quel peso e ad accompagnarti, più che starti “dietro” in quanto non plusdotat*.
Se sei una donna plusdotata invece, tendi a decidere di stare indietro, nascondendoti per riuscire a vivere in una pace che spesso è solo di facciata. Ti annulli un po’, come in tutto quel che fai, perché non vai bene. Desideri solo trovare qualcuno che alla fine capisca ciò che sei e decida che gli va bene, nonostante tutto e tutti. Qualcuno, se esiste, con cui condividere quella realtà differente che vivi.

 

Alla fine di tutto questo sproloquio negativo, voglio anche metterci una parte positiva.
Per anni io ho mascherato i miei tratti di plusdotata. Non li volevo, volevo essere come tutti e basta, non volevo essere ipersensibilie e iperveloce. Volevo vivere una relazione normale, avere amici normali e fare quello che le persone “normali” facevano. Ci ho messo un po’ a capire che quel concetto di “normale” era molto soggettivo.
Per due decenni sono riuscita a zittire quella voce, a farmi andar bene relazioni in cui non ero felice perché sapevo di star limitando la vera me stessa, ma non pensavo di potermi meritare più di quello. Un amore in cui venivo accettata a 360°, come nelle favole? Non poteva esistere, non per me, che avevo passato la vita a sentirmi sola.
Arrivi però ad un certo punto in cui devi decidere: continuare questa pantomima e fingerti qualcun altro oppure alzarti in piedi e toglierti la maschera. Col rischio di restare nuovamente sola, ma anche con la consapevolezza di aver deciso di non scendere a patti con nessuno.
Capire di avere anche tu, come tutti, il diritto di essere felice per come sei, senza dover sempre fingerti qualcuno o qualcosa che non sei, che non ti appartiene e che ti crea problemi anche mentali (nel mio caso, un disturbo paranoide).


All’epoca, io terminai tutte le relazioni che avevo. Non ne potevo più di fingere, pur conscia del fatto che questo significava tornare ad essere sola. Ma non potevo mascherare sempre, a lavoro, nell’amore, nell’amicizia. Ero esausta.
Sorprendentemente, ho incontrato un altro plusdotato ed ho scoperto che si può anche trovare qualcuno che ci capisce.

L’idea che mi sono fatta io è che nelle relazioni i plusdotati sono esseri umani profondamente goffi. Tendono a vivere la vita come se fossero ospiti indesiderati che sono finiti a una festa in cui non conoscono nessuno e questo li convince di non valerne la pena, a causa anch del fatto che della plusdotazione si sa poco o niente.
Ma se incontrano un altro plusdotato, comprendono di non essere soli: comprendono che non sono un’eccezione così speciale, e che qualcuno che può comprenderli si può trovare, da qualche parte nel mondo.
Quando se ne va quella paura del rifiuto, a quel punto e solo a quel punto il plusdotato potrà vivere una relazione sana, nell’amore come nell’amicizia.

 

Per il lavoro, invece, è tutto un altro paio di maniche, ma ne parliamo la prossima volta.