La sindrome di Stewie Griffin

Deve essere strano vivere con me. È strano anche per me.
Charles Bukowski

A molti i Griffin, cartone animato nato dalla mente di Seth MacFarlane, non piacciono, e posso capire per quale motivo.

I Griffin sono eccessivi, estremi, alcuni episodi sono molto pesanti da seguire e alcuni personaggi sono insopportabili.

Ce n’è però uno che secondo me ha bisogno di un suo spazio perfino in questo blog: Stewie Griffin.
Il nostro eroe brachicefalico è un bambino di pochi mesi, ultimo nato della famiglia Griffin e anche il più intelligente di tutti loro. Sommando il qi di ogni membro del nucleo familiare, probabilmente non si raggiunge neanche la metà di quello di Stewie.

In tutte le stagioni della serie, Stewie si rivela un personaggio complesso, megalomane, egocentrico, con vene da scienziato pazzo, felice della sua diversità e del suo essere speciale e unico. Odia il genere umano, i rapporti interpersonali, ama viaggiare nel tempo e conoscere personaggi famosi della storia con cui rapportarsi. Non riesce quasi mai ad integrarsi né con i suoi coetanei né con i suoi familiari, ed è fierissimo di questo.

 

Quasi sempre.

 

Ho rivisto le ultime dieci stagioni su Netflix e Amazon Prime, sentendo una speciale connessione con Stewie senza capirne totalmente il senso. Io non sono un piccolo genio di un anno e mezzo, non ho mai costruito macchine del tempo, pistole che rimpiccioliscono, non ho mai aperto un ristorante, vinto un concorso di bellezza o… insomma, avete capito.
Eppure questo legame c’era.

 

Poi, all’improvviso, una sera mentre cenavo mi sono imbattuta in un episodio della sedicesima stagione, nello specifico quello intitolato “Faccia entrare Stewie prego”.

In questa puntata, Stewie va da uno psicologo che nota come il bambino sia sicuro di sé, con opinioni molto definite, specifiche, una coscienza di sé più matura dei suoi coetanei e una conoscenza del mondo estremamente profonda e capillare.
Insomma, i tratti tipici di un bambino plusdotato.

Stewie si arrabbia spesso perché non vuole che qualcuno ne sappia più di lui, non vuole ammettere che qualcuno abbia un modo di parlare migliore o più aulico, aggredisce verbalmente il dottore, ma poi crolla e ammette che il suo desiderio è quello di essere come tutti.

Si sente solo, incompreso e triste. I suoi gusti e i suoi hobby sono diversi da quelli degli altri e per questo non riesce ad avere amici. Guarda i genitori, che sono stupidi e vivono bene così, e vorrebbe essere come loro; guarda i suoi coetanei e pensa che sarebbe bello riuscire a legarci. Ma non ci riesce e questo lo fa stare male.

Ammette di essersi sforzato da sempre di costruirsi un personaggio “diverso” solo per sentirsi speciale e cerca così di togliersi la maschera che ha indossato. Decide di parlare “normalmente”, non più in modo sofisticato e aulico solo per fingere di essere diverso.
Eppure, il suo modo di parlare resta esattamente il medesimo. Si sente vulnerabile perché diventa il “vero sé”, un ragazzo normale.
Però poi lo psicologo gli fa presente che sarà finalmente come tutti gli altri e all’improvviso Stewie lo capisce. Capisce che lui non vuole essere come tutti. Essere diverso è solitario, triste, talvolta pesante, ma lui non vuole essere come gli altri, vuole essere

 

«Superiore, brillante, speciale (cit.)»

 

Lo psicologo, ovviamente, non capisce, e la puntata finisce… va beh, guardatevela.

Ma tutto questo per dire che cosa?
Fino a pochi mesi fa non mi ero mai rivista in Stewie Griffin, un personaggio comunque crudele, con manie di protagonismo. Il Prof . della Warner Bros, se fosse stato un personaggio pegi 18.
Questo episodio, però, mi ha fatta riflettere su un concetto che sta molto a cuore ai plusdotati.


Noi ci sentiamo soli. Molto spesso è orribile quanto ci sentiamo soli, quella solitudine ci toglie l’aria, lasciandoci senza respiro, e molto spesso ci ritroviamo a pensare che l’unica cosa che ci porterebbe ad essere felici sarebbe essere come tutti gli altri.
Essere normali, non avere i pensieri che ci perseguitano, avere hobby comuni, punti di incontro che non esistono tra un plusdotato e un neurotipico perché le cose che stimolano un cervello plusdotato sono diverse.
Da bambino potrai farti una cultura sulla morte, sulla mitologia, sulle stelle, mentre i tuoi coetanei guardano cartoni animati e libri con le figure, e da adulto potresti passare un sacco di tempo a vedere cartoni animati, dormire coi peluche e comprare giocattoli da collezione.
Sei sempre in battere quando tutti sono in levare, risultando fuori tempo in qualsiasi cosa fai.
Pensare “cavolo, vorrei proprio essere come tutti. Non la tollero più questa solitudine” è normale per noi, ci capita spesso.

 

Ma capita poi, quando hai scoperto di essere plusdotato, che ti fermi e ci pensi davvero, per bene, per la prima volta.
Per la prima volta ti trovi ad avere di fronte agli occhi un fatto incontestabile, ovvero che tu sei

 

«Superiore, brillante, speciale (cit.)»

 

Tu impari velocemente, comprendi il mondo in modo particolare, solo tuo. Sei diverso, ma non significa che essere diverso sia un male.

Quindi parte la seconda fase di questo processo, ovvero la Sindrome di Stewie Griffin.

 

Tu non vuoi davvero essere come tutti. Anche se ti racconti che sarebbe più facile, la realtà dei fatti è che non sai neanche cosa significhi essere come tutti, ci hai provato una vita e sei stato male, non sei stato te stesso.

Per questo, pensare “vorrei essere come tutti” non ha senso. Non sapresti esserlo e quando guardi la vita degli altri, il loro modo di affrontare le cose, comprendi che probabilmente neanche i neurotipici sono felici. Probabilmente tu non lo sai e non lo capisci, ma anche loro faticano ad integrarsi, anche loro mascherano, esattamente come te.
Probabilmente la differenza sta nell’intensità di quel che senti, dato che le tue emozioni e le tue sensazioni sono ampliate da un cervello atipico, ma va benissimo così.

 

Accettare di essere atipico è un atto di coraggio profondo. Significa accettare che non sarai mai a ritmo con gli altri, che vivrai la tua vita in battere quando sono tutti in levare.
Significa accettare la solitudine che ne deriva, ma non sentirsi più schiacciati da essa.
Significa, soprattutto, decidere di capire che non possiamo mentire per sempre a noi stessi e che non potremo nasconderci dietro a una maschera che, alla lunga, ci renderà semplicemente infelici.